Liturgia

Professoressa dato che vorrei parlare del sacramento dell’ordine sacro, prima vorrei fare una breve introduzione e parlare della liturgia e di come la liturgia proprio perché immersa nella storia della salvezza, è diventata un elemento importante nella Sacrosantum Concilium. Voglio parlare prima di questo perché poi è nella Sacrosantum Concilium (quindi Concilio Vaticano II) che si sono avuti importanti cambiamenti che hanno totalmente cambiato il volto della Chiesa e anche definito meglio gli atteggiamenti che dovevano assumere vescovi, sacerdoti…coloro che erano insigniti dell’ordine sacro.

Innanzitutto capiamo da dove ha origine la parola LITURGIA:

Il termine LITURGIA deriva dal greco classico “leiturghìa” che è composto da leitos (che deriva da laos: popolo) e da ergon (opera) ovvero:

  • letteralmente “opera del popolo”
  • in senso più ampio: fare qualcosa che è in rapporto con il popolo, rendere un servizio al popolo.

Intorno al 2° secolo la parola Liturgia, che prima aveva un significato più politico, viene usata per indicare il culto ufficiale reso agli dei e dunque assume un valore legato al culto.

Nella S. Scrittura solo con la tradizione della Settanta il termine entra nel linguaggio biblico.

Nel NT il termine liturgia si trova 15 volte e mai come sinonimo di culto cristiano.

Solo negli ATTI DEGLI APOSTOLI cap. 13,2 troviamo un brano in cui Liturgia indica un culto cristiano, sarebbe dove dice… “mentre prestavano servizio cultuale al Signore…”: vale a dire servizio pubblico con regole fisse, quindi possiamo parlare di liturgia.

Nei secoli poi, il termine Liturgia si è evoluto e quindi abbiamo una prima epoca che è l’epoca apostolica

  • Epoca apostolica: dove il termine è usato come servizio per Dio e per la comunità.

In oriente il termine indica la celebrazione eucaristica e ancora oggi, celebrare la liturgia significa celebrare la messa.

In occidente si usano al suo posto altri termini: munus, opus, misterium, sacramentum.

Solo dal 16° sec. in Occidente, il termine Liturgia si userà per indicare il culto cristiano parlando anche di diverse liturgie.

Poi nel 18° e 19° secolo (in particolare fino al Conc. Vat. II), il termine liturgia si adotta per indicare i libri antichi e i rituali liturgici.

Per i primi 3 secoli abbiamo alcune opere che parlano della liturgia:

Queste sono la Didachè, la Lettera ai Corinti di Clemente Romano e in alcune lettere di Ignazio di Antiochia. Con Ippolito si hanno dei primi testi liturgici e solo con Policarpo di Smirne leggiamo che si celebra l’eucarestia come segno di comunione.

Noi abbiamo fondamentalmente due famiglie liturgiche:

  • In Oriente abbiamo quella Antiochena e quella Alessandrina
  • In Occidente abbiamo quella romana, ispanica e gallicana.

quella romana: vede la presenza di una sola preghiera eucaristica, il cd. “canone romano”.

La caratteristica della liturgia romana è la presenza di una sola preghiera eucaristica (così come accade ancora oggi).

Con il canone romano noi abbiamo:

  • scomparsa dell’improvvisazione: prima i vescovi inventavano la preghiera eucaristica ora invece c’è una sola preghiera.
  • accentuazione della fedeltà alla tradizione: la preghiera si riduce a essere una preghiera per ottenere qualcosa, ed emerge il discorso sulla validità delle azioni rituali.

Inizia a prende piede la confessione privata, in quanto prima la confessione era pubblica. Con Gregorio VII compaiono i messali  plenari con cui celebrare la messa privata senza cantori né lettori.
Nasce anche il breviario che favorisce la celebrazione privata delle ore. Nascono nuove feste di santi, della Madonna e dell’umanità di Cristo.

Cresce il culto delle reliquie e dei pellegrinaggi. In questo periodo succede che il popolo si allontana sempre più dalla vita cultuale; infatti si celebra un culto riservato ai ministri. 

Insomma nei secoli la Liturgia va pian piano assumendo tutte le caratteristiche che poi l’hanno elevata anche su un piano teologico.

Un primo pronunciamento magisteriale si ha con Pio XII nel 1947 con l’enciclica “Mediator dei”: questa è la prima enciclica dopo il Concilio di Trento che cerca di dare una trattazione completa della liturgia.

L’enciclica è divisa in quattro parti più una introduzione è una conclusione.

  • prima parte: natura della liturgia
  • seconda parte: culto eucaristico
  • terza parte: ufficio divino e anno liturgico
  • quarta parte: direttive pastorali 

Qualche anno più tardi abbiamo la Costituzione Conciliare Sacrosantum Concilium (4 dicembre 1963) all’interno del Concilio Vaticano II.

Il Concilio Vaticano II deve prendere in considerazione due elementi:

  • La Liturgia come tradizione intoccabile;
  • La Liturgia come fatto giuridico, statico.

Struttura della Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium è costituita da un proemio seguito da 7 capitoli.

  • primo capitolo: sui principi generali sulla riforma
  • secondo capitolo: mistero eucaristico
  • terzo capitolo: altri sacramenti e sacramentali
  • quarto capitolo: ufficio divino
  • Quinto capitolo: anno liturgico
  • sesto capitolo: musica sacra
  • settimo capitolo: arte sacra e sacra suppellettile.

Nella Sacrosantum Concilium abbiamo la Definizione di liturgia (Sacrosantum Concilium 7)

La liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante cui viene significata e realizzata la santificazione dell’uomo. Inoltre, dal corpo mistico di Gesù, quindi la sua Chiesa, viene esercitato il culto pubblico integrale.

La liturgia è presentata come mezzo per le relazioni autentiche e come il luogo in cui cresce la vita cristiana perché il mondo, credendo, giunga alla salvezza.

La riforma liturgica fu accolta favorevolmente dalla maggior parte dei pastori e dei fedeli come slancio di speranza e di gioia, in quanto da essa scaturì un volto più autentico della liturgia.

La Liturgia appare immersa nella storia della salvezza che è inseparabile dal mistero di Cristo e al mistero della chiesa. La chiesa è definita Sacramento di unità: popolo Santo ordinato e radunato sotto la guida dei vescovi.

  • La costituzione definisce il vescovo: Come grande sacerdote del popolo da cui dipenda la vita del suo gregge: nella liturgia infatti, presieduta dal vescovo, c’è la manifestazione piena e attiva di tutto il popolo di Dio soprattutto nel momento dell’eucarestia. Come diceva benedetto 16°: il vescovo è il primo dispensatore dei misteri di Dio, custode e guida di tutta la vita liturgica
  • Il vescovo infatti, è anche il liturgo per eccellenza della propria chiesa che deve salvaguardare l’unità delle celebrazioni nella sua diocesi facendo in modo che presbiteri e fedeli comprendano il senso dei riti e dei testi liturgici per essere condotti ad una viva e proficua eucarestia.
  • Il vescovo è sentinella che deve orientare e vigilare il presbiterio a celebrare l’alleanza, custodendo la fede della santa Chiesa.
  • Il vescovo svolge un lavoro di tipo paterno che porta la responsabilità della crescita dei propri figli affinchè essi incontrino il Signore.

Il sacramento attraverso cui si può imprimere il carattere sacro, proprio del ministero vescovile è l’ordine sacro, mentre gli altri due sacramenti che imprimono il carattere sono il battesimo e la confermazione. Per quanto riguarda il sacramento dell’ordine, possiamo dire che…

Esso viene istituto da Cristo nell’ultima cena “fate questo in memoria di me” ecco perché il sacramento dell’ordine è strettamente legato al sacramento dell’eucarestia perché Gesù da se stesso affinchè gli altri facciano memoriale di questo suo dono.

Esso si è costituito nella chiesa nascente e poi nell’età post-apostolica del II-III secolo con Ignazio di Antiochia che dà la prima ordinazione gerarchica (dal più basso al più alto) del sacramento (le ordinazioni si aggiungono non si annullano ossia un prete che diventa vescovo non smette di essere prete ma lo è sempre). Esso è costituito da 3 gradi:

  • Episcopato (vescovi)
  • Presbiterato (sacerdoti)
  • Diaconato (diaconi)

Dunque da Ignazio di A. in poi questi 3 gradi costituiscono i 3 gradini del sacramento in cui l’apice è l’episcopato.

E’ considerato il sacramento di consacrazione.

I fondamenti neotestamentari sono diversi così come i titoli dati a Gesù:

  • è colui che ha e dona lo Spirito
  • è colui che è invitato ed invita
  • è colui che serve e chiama a servire.

Tra questi titoli dati a Gesù quelli di profeta, pastore e sacerdote esprimono la sua opera per l’umanità e perciò si parla dell’ufficio di:

  • profeta (maestro)  è messaggero di una buona notizia da parte di Dio
  • pastore (guida)  Indica la missione propria di Gesù che è quella di offrirsi in sacrificio, e rappresentata nel Vg. di Giovanni in cui Gesù si presenta come pastore che ama le pecore e le chiama per nome poiché le conosce tutte;
  • sacerdote  è colui che offre la sua vita per la salvezza del mondo, è cioè sommo sacerdote.

Esiste un Triplice ufficio di Gesù Cristo che viene tramandato

Cristo è da considerare strumento della volontà salvifica di Dio, in quanto rimane maestro, pastore e sacerdote attraverso l’invio dei suoi discepoli che continuano il suo servizio pastorale, annunciano la parola e rendono il suo sacrificio come memoriale, in mezzo agli uomini.

Infatti Gesù nel Vg. di Giovanni 13,20 Gesù afferma “chi accoglie me accoglie il Padre e anche in Gv. 17 si parla della cd. Preghiera sacerdotale, cioè si devono consacrare gli apostoli nella verità e devono essere mandati nel mondo allo stesso modo in cui è stato mandato Gesù.

Perciò la continuazione del triplice ufficio di Cristo come profeta, maestro, pastore è data ai sacerdoti, ai vescovi e ai diaconi.

  1. Paolo ne parla in 1° Cor. 12,28 dove parla dei doni dello spirito (i carismi) esprimendo che essi siano dati in prima linea per la santificazione personale e per giovare a tutti gli altri.

Tutti i fedeli, perciò, in base alla loro vocazione collaborano all’edificazione del popolo di Dio.

Ordinazione del Vescovo

Il termine vescovo viene dal greco episcopos (sopraintendente) mentre l’altro termine presente nel NT è prebiuteros che significa anziano e da cui è poi derivato presbitero (il prete, il sacerdote).

Nell’antichità l’ordinazione episcopale era preceduta dalla scelta del candidato da parte della comunità (come avvenne per S. Ambrogio), poi Pio 12° nel 1974 decise che il rito essenziale in tutti e 3 i gradi del sacramento, consistesse nell’imposizione delle mani e nella preghiera dell’ordinazione.

Il Concilio Vaticano II poi, ha richiesto anche per questo sacramento, una revisione del rito (Sacr. Conc. n. 86) usando i termini ordinatio e consacratio indistintamente per questo sacramento.

Il nuovo rito dunque, apparse nel 1986 nella Pontificalis romani di Paolo 6° dal titolo: “ordinazione vescovo, presbitero e diacono” e nella quale si specificava che tutte le 3 ordinazioni avessero luogo in una celebrazione eucaristica, dopo il Vangelo e doveva avvenire o di domenica o in un giorno festivo in modo da avere una maggiore partecipazione dei fedeli.

Il consacrante che fa l’ordinazione, deve avere accanto altri due consacranti vescovi e tutti possono diventare consacratori compiendo l’imposizione delle mani e a colui che deve diventare vescovo è invece assistito da due sacerdoti.

Struttura del rito dell’ordinazione dei vescovi

  • invocazione dello SS (veni crèator o altro inno)
  • presentazione del candidato (in cui uno dei presbiteri fa la domanda per l’ordinazione episcopale del vescovo)
  • lettura del mandato del Papa
  • omelia del celebrante principale
  • 3 interrogazioni (sugli obblighi del vescovo seguite dalla domanda a custodire il deposito della fede ed obbedire al Papa attraverso il “sì lo voglio”)
  • litania dei santi
  • imposizione delle mani (da parte del consacrante)
  • preghiera di ordinazione con imposizione del libro dei Vangeli (tutti i vescovi presenti, senza dire nulla, pongono sul capo dell’aspirante vescovo, il libro del Vangelo aperto e sorretto da due diaconi durante tutta la preghiera di ordinazione, gesto che deve simboleggiare la discesa dello SS come dono del Signore)
  • preghiera conclusiva

Dunque il rito si conclude con i 3 gesti:

  • imposizione delle mani
  • imposizione del Vg
  • preghiera di ordinazione

Riti esplicativi:

  • unzione crismale sulle mani
  • consegna del libro dei Vangeli (rappresentante il munus docendi, l’ufficio di insegnare)
  • consegna dell’anello episcopale (obbligo di fedeltà del Vescovo verso la chiesa locale che è per lui sposa)
  • consegna della mitra e del pastorale (la mitra – il copricapo – è imposta senza alcuna formula di accompagnamento mentre il pastorale viene consegnato dal celebrante con le stesse parole che Paolo disse agli anziani: “ricevi il pastorale segno del tuo ministero di pastore, abbi cura di tutto il gregge”.
  • Rito di conclusione.

Alla fine il nuovo vescovo consacrato nella sua cattedrale è condotto alla sedia al centro dell’altare ove riceve l’abbraccio di pace da parte di tutti i vescovi presenti e dopo la comunione si canta il Te deum per ringraziare Dio di questo nuovo vescovo.

Uno dei gesti dei doni dello Spirito è l’imposizione delle mani. Esso rappresenta il fulcro, la forma del sacramento dell’ordine

al Vescovo spetta il compito di radunare la Chiesa locale come al vescovo di Roma spetta radunare quella universale

Il ministero sacerdotale però non è qualcosa di slegato da quello episcopale ma l’uno vuole l’altro: non esiste infatti un vescovo senza presbiteri e viceversa. Il collegio episcopale, in unione col Papa, ha il compito di radunare tutta la Chiesa universale così il collegio presbiterale in unione al suo vescovo, è chiamato a animare l’unità di quella Chiesa particolare

Ordinazione del presbitero

Diversi documenti del Conc. Vat. II ci parlano di questa ordinazione (LG, Sacr. Conc., Presbiterorum ordinis).

  • È presente già dalla Costituzione di Pio 12° del 1947
  • Il rito è molto simile a quello dell’ordinazione dei vescovi e diaconi
  • Va inserito anch’esso nella celebrazione eucaristica, sempre di domenica o in un giorno festivo.

Struttura del rito dell’ordinazione del presbitero

  • Presentazione candidati ed elezione da parte del Vescovo (i candidati hanno indosso il camice, in cingolo e la stola diaconale e sono chiamati per nome rispondendo “eccomi”; il sacerdote responsabile della formazione dei candidati attesta che essi sono degni di ricevere il sacerdozio. A dimostrazione che sia la comunità a scegliere il suo sacerdote, il Vescovo risponde “noi scegliamo questi nostri fratelli per l’ordine del presbiterio”)
  • Omelia del Vescovo (in cui presenta il significato dell’ordinazione presbiterale e i suoi obblighi)
  • Interrogazioni e promessa di obbedienza (domande che il vescovo fa e nelle quelli si dichiarano ad assumere gli uffici di pastori, sacerdoti e ministri e a dedicarsi a Dio. I candidati si inginocchiano e pongono le loro mani in quelle del Vescovo promettendo rispetto ed obbedienza)
  • Litania dei santi (durante la quale i candidati si prostrano a terra)
  • Imposizione delle mani (sul capo di ciascun candidato da parte prima del Vescovo e poi di tutti i sacerdoti presenti senza dire nulla per evidenziare che i neo-candidati sono accolti come fratelli nel presbiterio)
  • Preghiera

Riti esplicativi:

nei quali si canta un canto di invocazione dello SS.

  • Vestizione degli abiti sacerdotali (in cui sono 2 sacerdoti che aiutano a vestire il neo ordinato dei simboli sacerdotali: stola e casula)
  • Unzione crismale delle mani (in cui il Vescovo unge la parte interna delle mani con il crisma affinchè Cristo rafforzi i neo ordinati nel loro compito sacerdotale)
  • Consegna del pane e del vino (in cui il vescovo consegna ad ogni ordinato la “patena” (il pane) e il calice (il vino), accompagnando il gesto con alcune parole)
  • Abbraccio di pace (da parte del Vescovo e di tutti i sacerdoti presenti)

Poi la messa continua normalmente e i neo ordinati concelebrano con il vescovo e si recita una particolare preghiera di intercessione per loro.

Ordinazione del diacono

Si tratta del primo grado dell’ordine.

Il termine diacono significa servo.

Sono stati ordinati nella prima comunità di Gerusalemme (At. 6,1-6) e a capo c’era Stefano ed erano 7 uomini ritenuti degni e costituiti dagli apostoli come loro collaboratori mediante l’imposizione delle mani ed avevano, nella prima comunità, l’incarico di servire alle mense (compito sociale caritativo) ma anche il servizio della predicazione compresa l’amministrazione del battesimo.

Già nelle opere dei primi Padri ci sono citazioni sui diaconi come in Ignazio di Antiochia che definisce il diaconato come un grado ben definito nella gerarchia della Chiesa e dunque ministero stabile che dura tutta la vita.

Nel Medioevo esso diventa grado di passaggio per il sacerdozio e fu il Conc. di Trento che per primo tentò di stabilire il diaconato permanente senza riuscirci; fu il Conc. Vat. II con la LG 29 a stabilire i compiti del diacono, ossia:

  • Amministrare battesimo
  • Amministrare l’eucarestia
  • Assistere e benedire il matrimonio
  • Viatico ai moribondi
  • Leggere S. scrittura ai fedeli
  • Istruire il popolo
  • Presiedere al culto e preghiera dei fedeli
  • Amministrare i sacramentali
  • Dirigere il rito funebre della sepoltura
  • Uffici di carità e assistenza

Inoltre stabilì che i diaconi potessero anche essere permanenti, ossia essere un grado a se stante e non più un grado solo in preparazione al sacerdozio.

Il diaconato va conferito ad uomini maturi in età anche in matrimonio o a giovani idonei per cui però deve restare la forma del celibato, come confermato anche dal decreto Ad Gentes che stabilisce che i diaconi siano confermati e stabilizzati per mezzo dell’imposizione delle mani.

Nel 1967 con il Sacrum diaconatus di Paolo 6° si precisò ulteriormente che:

  • L’ordinazione dei diaconi fosse preceduta da un rito di accettazione al celibato (quando ad es. i diaconi hanno perso la moglie)
  • I candidati al sacerdozio con il diaconato hanno anche l’obbligo della liturgia delle ore
  • I diaconi permanenti devono esercitare almeno un’ora della liturgia delle ore.

Struttura del rito dell’ordinazione del diacono

È simile ai quella dei presbiteri.

  • Presentazione dei candidati (che indossano il camice e il cingolo)
  • Omelia del Vescovo (che deve sempre spiegare le funzioni del diacono sia se permanente sia se in funzione del sacerdozio)
  • Interrogazioni e obbedienza nella mani del vescovo (in cui il candidato pone le sue mani in quelle del vescovo in segno di obbedienza)
  • Litania dei santi (in cui il candidato si prostra a terra)
  • Imposizione delle mani
  • Preghiera di ordinazione
  • Riti esplicativi (vestizione con la stola, consegna del libro dei Vangeli e abbraccio di pace).

Riti esplicativi

In cui il diacono è rivestito degli abiti diaconali.

Per il diaconato permanente c’è un sacerdote o altri diaconi che lo aiutano a vestirsi e poi gli si consegna nelle sue mani il libro dei Vangeli “ricevi il Vg. di Cristo del quale sei divenuto l’annunciatore” e alla fine dell’ordinazione c’è l’abbraccio di pace dei presbiteri e dei diaconi presenti per accogliere il neo diacono nel collegio diaconale.

Prima del Conc. vat. II per questo rito erano previsti altri ordini minori ora non più previsti:

  • Subdiaconato
  • Gli ostiari (che avevano il compito di vegliare sulla casa di Dio ricevendo le chiavi della Chiesa)
  • I lettori (che avevano il compito di proclamare la lettura nelle celebrazioni liturgiche e gli era perciò assegnato il lezionario)
  • Gli esorcisti (col compito di fare esorcismi soprattutto nei battesimi)
  • Gli accoliti

I servizi liturgici delle donne sono molto ristretti ancora oggi.

La donna può solo fare il ministro straordinario della comunione ma l’ufficio di lettore e di accolito è riservato solo agli uomini.

Papa Francesco ha istituito una commissione per ripristinare il diaconato alle donne ma siamo ancora molto lontani.

Prima quando abbiamo parlato della liturgia in generale non abbiamo detto nulla sulle vesti liturgiche e sui colori delle vesti liturgiche. Pure questi sono aspetti importanti che vanno considerati in quando fanno sempre parte dei rituali liturgici.

Nella prima epoca cristiana non c’era nessun particolare abito liturgico poi con Costantino si equiparò il clero ai funzionari imperiali dando loro alcune vesti ed oggetti come stola, manipoli, anello.

Ma le vesti liturgiche proprie apparvero solo nel 5° secolo con l’antico costume maschile romano ma i ministri liturgici mantennero le vesti festose romane (i paramenti) che erano:

  • Alba o camice: bianca e lunga erede dell’antica tunica romana portata da coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine (sotto la quale prima, a causa della sua scollatura, si metteva l’ammitto) ed intorno alla quale tunica si poneva il cingolo ossia la cintura. Poi sopra era posta la stola riservata a chi aveva ricevuto l’ordine sacro. Oggi si mette la casula che venne accorciata nel 13° secolo diventando casula gotica;
  • Dalmatica: veste che viene dalla Dalmazia e rappresenta l’abito liturgico del diacono;
  • Tunicella: veste del subdiacono ossia un camice corto al ginocchio;
  • Piviale: mantello da pioggia portato nelle processioni o nelle benedizioni eucaristiche;
  • Paglio: striscia fatta con lana di agnello che portano il Papa o gli arcivescovi metropoliti;
  • Vesti liturgiche: quelle dei ministranti bianche o con passamano rosso o oro.

Il vestiario liturgico è importante perché contribuisce al decoro dell’azione sacra.

I colori delle vesti liturgiche

La prima regola di colori per le vesti liturgiche si ebbe intorno al 1200 col Papa Innocenzo III.

Dopo il Vataticano II la differenza dei colori per il messale ha lo scopo di esprimere la caratteristica dei misteri della fede celebrati:

  • Bianco: per Pasqua, Natale, feste del Signore, della Madonna e dei Santi non martiri e degli angeli;
  • Rosso: per domenica delle Palme, venerdì santo, Passione, Pentecoste, apostoli e martiri;
  • Verde: per tempo ordinario;
  • Viola: per avvento, quaresima, funerali (prima usato il nero poi abolito);
  • Rosaceo: per la 3° domenica di avvento e la 4° domenica di quaresima;
  • Celeste chiaro: per le feste della Madonna.

Nei riti orientali invece non c’è una regola dei colori come in Occidente ma di solito portano dei broccati d’oro.

Riti liturgici

La sacrosantun C. 21 ci dice che essi devono essere più chiari affinchè il popolo capisca facilmente il senso per partecipare attivamente ed in modo più pieno alla liturgia eucaristica.

Essi infatti devono essere semplici chiari e brevi e senza inutili ripetizioni

 

 

 


STORIA E TEOLOGIA DELLA LITURGIA

Il termine LITURGIA deriva dal greco classico “leiturghìa” che è composto dall’aggettivo leitos (che deriva da laos: popolo) e dal sostantivo ergon (opera) ovvero:

  • letteralmente “opera del popolo”
  • in senso più ampio: fare cose che sono in rapporto con il popolo, con la comunità politica, rendere un servizio al popolo.

 

  • Nell’uso politico: il termine significa “svariate prestazioni per la comunità” es. allestimento del coro nel teatro o l’armamento di una nave o l’accoglienza di una tribù per le feste nazionali.
  • Nel 2° secolo il termine indica il culto ufficiale reso agli dei e dunque assume un valore cultuale e tecnico (non popolare).
  • Nella S. Scrittura solo con la tradizione della Settanta il termine entra nel linguaggio biblico, traducendo 2 termini ebraici:
  • sèreth: culto ufficiale dei leviti
  • abodha: termine tecnico per indicare il culto sacerdotale.

In particolare la Settanta usa quasi sempre il termine abodha per identificare con questo termine un culto ufficiale dei sacerdoti mentre per indicare il culto privato la Settanta ricorre ai termini greci douleia e latreia.

  • Nel NT il termine liturgia si trova 15 volte e mai come sinonimo di culto cristiano (sicuramente per non confondersi con il servizio cultuale levitico) e si riscontrano diversi sensi al termine:
  • un servizio pubblico a favore di … (Paolo nella Lt. ai Romani parla del servizio dell’autorità o della colletta a favore di Gerusalemme);
  • senso rituale veterotestamentario;
  • culto spirituale (es. Lt. Rom 15: ministero Paolo presso pagani o Lt. Fil 2: sangue di paolo offerto in libagione).

Sempre nel NT troviamo un brano in cui liturgia indica il culto cristiano: Atti 13,2 “mentre prestavano servizio cultuale al Signore”: ovvero servizio pubblico con regole fisse, quindi liturgia à qui pertanto c’è l’avvio di una nuova terminologia cristiana perché liturgia è applicato ad un’ordinanza cristiana raccolta in preghiera.

 

Le celebrazioni cristiane (altri elementi della liturgia neotestamentaria) che ritroviamo nel NT:

  • La cena del Signore (1° Cor. 11, 23-25) à in cui Paolo trasmette ciò che ha ricevuto in una formulazione liturgica e questo lo ritroviamo anche nei sinottici (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 15-20) ovvero testi che hanno una connotazione liturgica evidenziando come la cena del Signore trova valore nella cena pasquale.
  • Il Battesimo nel nome di Gesù Cristo ricevuto per la remissione dei peccati e lo ritroviamo negli Atti 2,38 così come in Mt 28,19 “andate e battezzateli tutti nel nome del Padre…” ma ancora sempre nel Battesimo c’è anche l’elemento dell’invocazione del nome del Signore per la salvezza da parte dei cristiani: il Battesimo avvenendo nel nome di Cristo e ricevuto nel suo nome, conferisce una nuova conformazione esistenziale al cristiano.

Il Battesimo quindi diventa una ritualizzazione della salvezza realizzata da Cristo attuando il contenuto teologico del battesimo di Cristo al Giordano.

  • Il luogo: prima era il tempio e poi le domus ecclesiae (Atti 2,46 2ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio, spezzavano il pane, lodando Dio…”
  • Il tempo: perchè la preghiera dei cristiani si svolgeva in orari ben definiti e in più momenti (Atti 3,1 “ora nona Pietro e Giovanni salgono al tempio per pregare”; Atti 10,9 “ora sesta in cui prega Pietro…”) questo a significare che i cristiani pregavano in più ore diverse e gli Atti ci testimoniano come fossero assidui nel farlo.

Il tempo privilegiato era la domenica, il giorno della Resurrezione di Gesù (Atti 20,7 o 1° Cor. 16,2).

  • Il modo: (Atti 2,42) ci sono 4 modi che ci indicano come fossero assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera:
  • Insegnamento degli Apostoli: spiegazione di ciò che nell’AT si diceva alla luce della novità cristiana (Lc 4, 16-22);
  • Unione fraterna: ovvero conionìa=comunione della famiglia di Dio che sperimenta nei posti in comune dunque va intesa come una dimensione cultuale e comunione materiale;
  • Frazione del pane: cena del Signore come rito a se stante ovvero espressione con cui i cristiani indicavano un posto preciso e ordinario ricordando le parole dell’ultima cena di Gesù ed essa avveniva in un ambito familiare (casa) (1° Cor. 11 in cui Paolo ricorda che si cena per condividere non per mangiare);
  • Preghiera: all’assiduità alle preghiere al plurale poiché si riferisce a particolari preghiere, sia le 18 benedizioni degli Ebrei, sia i salmi con una nuova lettura nella comunità cristiana, (Lt. Col. 3.16 in cui Paolo parla di “Salmi, Inni, Cantici spirituali” come ad esempio il Magnificat o il Benedictus composti per essere cantati in assemblea liturgica) o ricordiamo anche altri inni di Paolo nelle sue lettere: “la Sintesi cristologica”, la Dossologia (Santo, Santo, santo Ap. 4,8-11), Acclamazione (Amen, Alleluya, per i secoli dei secoli).

 

Anche se manca il termine liturgia nel NT in epoca primitiva, man mano che il Cristianesimo si espande, si manifesta sempre più la necessità di vivere il culto in spirito e santità e con ordine e decoro (per l’edificazione della comunità).

 

STORIA DEL TERMINE

Nei secoli successivi il termine liturgia si è evoluto:

  • Epoca apostolica: dove il termine è usato come servizio per Dio e per la comunità.

In oriente il termine indica la celebrazione eucaristica e ancora oggi, celebrare la liturgia significa celebrare la messa.

In occidente si usano al suo posto altri termini: munus, opus, celebratio, misterium, ritus, sacramentum.

Solo dal 16° sec. in Occidente si userà per indicare il culto cristiano parlando anche di diverse liturgie.

Poi nel 18° e 19° secolo (in particolare fino al Conc. Vat. II), il termine liturgia si adotta anche nella Chiesa della riforma e per indicare i libri antichi, i rituali liturgici.

Per i primi 3 secoli abbiamo alcune opere che parlano della liturgia:

  • Didachè (scritta tra 80 e 130 aC) in cui si parla del Battesimo, del digiuno e delle preghiere oltre che della cena del Signore;
  • Lettera ai Corinti di Clemente Romano che già fa riferimento ad un tipo di struttura liturgica che si va delineando;
  • Ignazio di Antiochia che nelle sue lettere intende salvare la liturgia ricordando la tradizione;
  • Giustino nella 1° Apologia parla dell’eucarestia e della domenica con esempi delle strutture celebrative;
  • Dei testi liturgici della celebrazione appaiono per la prima volta in Ippolito alcuni esempi di preghiere da seguire riconoscendo a ogni Vescovo la facoltà di creare una propria preghiera solenne e lunga oppure semplice e breve ma sempre in linea con l’ortodossia.
  • In Tertulliano e in Cipriano troviamo gli stesi dati riscontrati in Ippolito ovvero relativi alle diversità liturgiche che poi daranno origine alle famiglie liturgiche e il senso che la celebrazione liturgica sia espressione di una comune e unica comunità di fede.
  • In Policarpo di Smirne in cui si ritrova il celebrare l’eucarestia come segno di comunione.
  • Svolta costantiniana: con cui inizia per il Cristianesimo un’epoca di pace, soprattutto a seguito dell’Editto di Tolleranza del 313 con cui Costantino dà la possibilità ai cristiani di professare liberamente la propria fede, fino al 380 con Teodosio quando il Cristianesimo si fonda come religione ufficiale dello Stato.

In campo liturgico dunque, dalla domus ecclesiae si passa alle grandi basiliche costruite da Costantino sulla base di quelle romane, passando da un cerimoniale semplice alla solennità della corte e in cui i vescovi diventano i più alti funzionari dell’Impero al punto che bisognava prostrarsi ai loro piedi toccando la terra con la fronte e in cui anche le vesti avevano la loro importanza (stola) o gli incensi e i ceri che accompagnavano l’ingresso dei vescovi nell’assemblea, tutto in una solennità che accresceva il prestigio della Chiesa.

In questo periodo però si nota una certa riluttanza della Chiesa verso la cultura musicale dell’antichità, infatti l’uso degli strumenti musicali è assente ma è presente il canto (dalla sua forma responsoriale a quella antifonica nel 4° secolo e che vede le due città più importanti Antiochia e Milano – con S. Agostino).

Inoltre la domenica è vista come il giorno del Signore, il giorno del sole o l’ottavo giorno (il giorno della parusia e della resurrezione) ovvero il giorno nuovo in cui i cristiani si riuniscono a rendere lode al Signore (si ricorda qui lo scritto di Costantino sulla domenica in cui si legge di non dover fare nessun lavoro tranne quello dei campi). A tal proposito, nel rapporto tra i cristiani e i giudei, ricordiamo il Culto di Gerusalemme in cui si dice di astenersi dall’osservanza del sabato o il conc. di Laodicea in cui si chiede ai cristiani di non osservare le usanze giudaiche e lavorare nel sabato per conferire così onore alla domenica come giorno del riposo dei cristiani.

Ricordiamo inoltre che sempre nell’epoca costantiniana ci fu anche il problema delle eresie affrontate da Costantino come quella dell’arianesimo risolta con il conc. di Nicea del 325 in cui si definisce il credo e dove si cambiano alcune forma di preghiera.

  • Nel 4° secolo: transizione della Chiesa che da piccola comunità passa ad essere aperta al mondo greco-romano a contatto con elementi cultuali che investiranno anche la vita liturgica. Ed è in questo periodo che infatti si sviluppa il catecumenato ovvero la penitenza pubblica, ciò che si evidenzia dai Padri di questo periodo è l’ortodossia della fede che fonda l’unità liturgica e la lingua che era il greco della koinè e che poi diventa lingua liturgica di questi secoli.

A Roma abbiamo il latino già attestato nel 382 (passaggio dal greco al latino) e fino al 15° secolo le letture a Roma erano proclamate in latino e in greco.

  • Le famiglie liturgiche:
  • In Oriente quella Antiochena e quella Alessandrina
  • In Occidente quella romana, ispanica e gallicana.

In particolare quella romana: vede la presenza di una sola preghiera eucaristica, il cd. “canone romano” che ci parla della cristianizzazione del latino e della penetrazione del cristianesimo nella mentalità giuridica romana. Si assiste anche ad una scomparsa dell’improvvisazione della preghiera liturgica e ad una accentuazione della preghiera di intercessione che non è più vista come lode a Dio ma come modo per ottenere qualcosa. Infine si nota la validità dell’azione liturgica, fino al Vat. II, che si riscontra in particolare nel sacerdote che portava sul calice un fazzoletto uguale al manipolo che aveva sul braccio.

 

LITURGIA ROMANA

La caratteristica della liturgia romana è la presenza di una sola preghiera eucaristica (così come accade ancora oggi), il canone romano, che ci dice alcune cose del passaggio dal greco al latino e sulla inculturazione della fede in ambito greco-romano. C’è stata una cristianizzazione del latino e………….. della mentalità Romana. Non è solo traduzione di contenuti ma adattamento e creazioni richieste dalla nuova situazione socioculturale.

Le conseguenze di questa cristianizzazione del latino sono:

  • scomparsa dell’improvvisazione: prima i vescovi inventavano la preghiera eucaristica ora invece c’è una sola preghiera.
  • accentuazione della fedeltà alla tradizione: la preghiera si riduce a essere una preghiera per ottenere qualcosa ed emerge il discorso sulla validità delle azioni rituali.

Con il VII secolo inizia un processo di fusione tra  liturgia romana e liturgia franco gallicana: si tende a romanizzare la Liturgia. Le riforme si hanno con Carlo Magno e prima di lui con Pipino il Breve. Chi tende alla romanizzazione della liturgia è Carlo Magno. Tra il 785 e il 786 papa Adriano I mediante…………….. parole gli manda un sacramentario ritenuto puro e secondo la tradizione della chiesa romana.

Prende piede la confessione privata. Con Gregorio VII compaiono i messali  plenari con cui celebrare la messa privata senza cantori né lettori. Nasce anche il breviario che favorisce la celebrazione privata delle ore. Nascono nuove feste di santi, della Madonna e dell’umanità di Cristo.

Cresce il culto delle reliquie e dei pellegrinaggi. Il popolo si allontana sempre più dalla vita cultuale; infatti si celebra un culto riservato ai ministri. Il gotico di questo periodo non è solo stile dell’arte ma stile di un’epoca. Si sottolinea molto l’individualità e la soggettività, un proprio modo di fare, di potere; un’occasione particolare di tale visione è data dall’elevazione dell’ostia dopo le parole dell’istituzione: poter guardare l’ostia per avere grazie.

Entra l’uso di celebrare messe con l’esposizione del Santissimo Sacramento. Le specie eucaristiche vengono circondate da un timore reverenziale: i laici non possono toccarlo, la comunione viene diradata. Perciò il Concilio Lateranense IV stabilisce che si faccia la confessione almeno una volta all’anno e la comunione almeno a Pasqua (precetto pasquale). Si accentua il rispetto per l’Eucaristia e il timore di non essere degni di riceverla. Si accentua anche il carattere di ascolto della messa; quindi si hanno tante messe votive, bisogna assistere a più messe per avere risultati sicuri per la propria salvezza. Se si deve partecipare a più messe bisogna fare presto per celebrarle. In questo periodo nascono sacerdoti addetti solo alla celebrazione delle messe: gli altaristi.

Il popolo si allontana sempre più dalla logica celebrativa e quindi nasce l’esigenza di qualcosa di meglio. Questo porta il desiderio di interiorità, di fare esperienza del Divino; così nasce la corrente della Mistica e nasce il movimento di Rinnovamento detto devotio moderna, dove si sottolinea la devozione a Cristo e alla sua imitazione. In questo periodo viene scritta l’opera “L’imitazione di Cristo”. Sia la Mistica che la devotio moderna restano legati all’individualismo e interiorità, non sono di aiuto alla liturgia. Si sente la necessità di una riforma. Il Concilio di Trento, che prende in considerazione tale riforma, finisce con l’incaricare il Papa, con l’aiuto di esperti, a preparare un catechismo e a occuparsi della riedizione dei libri liturgici, che saranno pubblicati tra il 1568 e il 1614 e rimarranno tali fino al Concilio Vaticano II.

Nel periodo Barocco la Liturgia è celebrata con pompa sempre maggiore: canti solenni, musica polifonica eccetera. I fedeli restano sempre esclusi: mentre il prete celebra la messa, il popolo recita le sue preghiere. La comunione viene data fuori dalla celebrazione della messa. Nasce la necessità di cercare e studiare testi dell’antichità romana.

Nell’Illuminismo si incrementa lo studio scientifico della liturgia. Il sinodo di Pistoia (1786) viene condannato. Dopo questo periodo si iniziano a mettere in evidenza alcuni bisogni; per esempio, Gregorio XVI scrive nel 1832 che la chiesa deve riformarsi. All’Illuminismo si oppone il Romanticismo con un recupero del sentimento e una restaurazione Cattolica. Prende piede lo storicismo e il ritorno ai testi antichi. Questo storicismo si manifesta nello studio delle fonti, nel ritorno alla vera liturgia romana. In questo studio delle fonti si presenta l’opera di Don Prospero Gueranger, fondatore e primo Abate di Solesma (1805-1865). Egli sottolinea la necessità di seguire l’unica liturgia, quella romana, e a lui si deve la valorizzazione del canto gregoriano. Ci sono opere di don gueranger sulla liturgia Cattolica.

Nel 1841 c’è la pubblicazione dell’anno liturgico, un aiuto ai fedeli per la comprensione della liturgia. Successivamente abbiamo Mauro e Placido Volterra, tedeschi, che riprendono quello che è vissuto a Solesma; anche se si tratta di fatti sporadici, questo però rappresenta il terreno su cui ci sarà la prima riforma con Pio X. Si incomincia ad affermare che i fedeli devono prendere parte attiva alla preghiera della chiesa. Questa richiesta è fatta nel 1903 da Pio X nel motu proprio “Tra le sollecitudini”. Questo documento però non riesce ad attivare una vera partecipazione dei fedeli. L’attiva partecipazione invece viene sottolineata da don Lambert  Beadwin, monaco, che nel 1909 manifesta le sue idee al Congresso Nazionale delle opere cattoliche: qui inizia il movimento liturgico in modo ufficiale.

Successivamente vengono organizzati incontri, settimane di studio, nascono riviste che polarizzano il loro operato nel senso teologico della liturgia. Don Lambert parla di liturgia come del culto della chiesa; egli parla del culto ecclesiale come esercizio del sacerdozio di Cristo e questo culto diventa storia di salvezza in atto. È l’opera di Cristo che fonda la chiesa e ne fa il suo corpo; esercitando nella chiesa, Cristo esercita un sacerdozio che è personale, perché Cristo agisce personalmente nei suoi ministri. Però è anche un sacerdozio collettivo, a vantaggio della comunità, un sacerdozio gerarchico, perché per rendere visibile il suo sacerdozio Cristo si serve dei suoi ministri. Non si parla ancora di sacerdozio comune dei fedeli.

Nell’abbazia di Maria Laac, in Germania, lo studio della liturgia ha un notevole impulso grazie all’Opera di odecase. I suoi primi studi sono relativi ai termini misterium-sacramentum; parola che indicava la liturgia nelle antiche fonti. Nello studio del termine misterium, egli parte dalla constatazione che indica una forma cultuale ben determinata ed espressa nella………………………..

Egli coglie delle somiglianze. In un suo studio del 1933, afferma che i misteri sono riti che rappresentano vari momenti agrari vegetativi, dal fatto cosmico si passa al mito, che viene ripresentato attraverso un mito. Nella religione dei misteri il rito perde i riferimenti dal mondo cosmico e viene riferito all’uomo nel suo desiderio di rinnovarsi. Diventa mistero soteriologico. Il rito diventa il luogo in cui è comunicata la salvezza. Quando l’uomo entra in questa salvezza diventa un iniziato, che vive la sua unione con Dio. Per odo kaser il mistero è un’azione sacra, di carattere cultuale, nella quale un fatto salvifico, compiuto da un Dio sotto forma di rito, diventa attualità per il fatto che da comunità fa questo rito,…………………., acquista la salvezza.

Il mistero è costituito da un fatto originario che si ripresenta nel rito in modo tale che l’uomo, mediante il rito, partecipa al fatto originario, cioè la salvezza. Se questo è il mistero della religione del mistero, applicandolo al culto Cristiano, l’evento originario è Cristo e questo evento si attualizza nella liturgia donando salvezza ad ogni uomo, membro del corpo di Cristo. odokazen afferma che il mistero di Cristo, la rivelazione di Dio nell’opera salvifica del Figlio, prende nuovo aspetto di Quando l’uomo-Dio ritorna presso il Padre. Questo mistero trova la sua continuazione nel culto in modo da estendere la sua opera salvifica a tutti gli uomini che compiono quel rito. Nella liturgia, che è azione della Chiesa unita a Cristo, la salvezza è comunicata a tutti gli uomini. C’è un legame profondo tra il mistero di Cristo e il mistero del culto. Il mistero del culto è rappresentazione e riattualizzazione rituale del mistero di Cristo. Attraverso il mistero del culto, il cristiano rivive Il mistero di Cristo. Quest’opera di salvezza, che è mistero di Cristo, è offerta a tutti attraverso il mistero del culto, che riattualizza il mistero di Cristo nel mistero della chiesa, nell’oggi della liturgia.

Il soggetto della liturgia in unione a Cristo è tutta la chiesa. Con queste idee la Liturgia viene portata sul piano teologico (teologia liturgica), anche perché tali idee non restano confinate al solo monastero, ma interessano il clero e l’ambiente di una certa cultura.

Dal 1921 nella cripta di Maria Laac fu celebrata la messa recitata, in cui il sacerdote celebrava rivolto verso il popolo, i fedeli circondavano da vicino l’altare e davano risposte in latino: la prima messa dialogata.

 

MEDIATOR DEI

Durante la Seconda Guerra Mondiale in Germania viene istituita una commissione liturgica con vari esperti. Un primo pronunciamento  magisteriale si ha con Pio XII nel 1947 con l’enciclica “Mediator dei”: prima enciclica dopo il Concilio di Trento che cerca di dare una trattazione completa della liturgia.

L’enciclica è divisa in quattro parti più una introduzione è una conclusione.

  • prima parte: natura della liturgia
  • seconda parte: culto eucaristico
  • terza parte: ufficio divino e anno liturgico
  • quarta parte: direttive pastorali

 

Natura della liturgia

Il punto di partenza è Cristo che rende il culto perfetto al Padre e santifica l’uomo. Questo culto è stato istituito durante la vita terrena di Cristo e continua nella chiesa. La Liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come capo della chiesa ed è il culto che i fedeli rendono a Cristo e, per mezzo di Cristo, a Dio. La Liturgia è il culto integrale del corpo mistico di Cristo: corpo e membra.  Questa è la prima connotazione teologica della liturgia. Quello che manca è la visione della storia della salvezza dove istituire la liturgia. Non si parla del sacerdozio comune dei fedeli. Si sottolinea soprattutto che la liturgia è compiuta dai sacerdoti in nome della chiesa. Un punto importante che viene trattato è la mutabilità delle forme: nella liturgia ci sono elementi mutevoli ed elementi immutevoli (quelli divini). È la gerarchia, il Papa, che  può intervenire nel campo del mutevole. Alcune realtà che sono ritenute immutabili sono ad esempio: lingua, colori liturgici, sistemazione dell’altare (si dice infatti che è fuori strada chi vuole restituire all’altare la forma della mensa; tutto però sarà ribaltato nel Concilio Vaticano II).

 

Culto eucaristico

Si sottolinea che l’Eucaristia è la somma e il centro della religione cristiana. La celebrazione non è semplice commemorazione, ma un vero sacrificio che si compie sull’altare. Si parla anche della partecipazione dei fedeli e si sottolinea che è dovere e somma dignità partecipare al sacrificio eucaristico, non con passività ma con impegno e fervore così da porsi in stretta unione con il sacerdote. C’è una sottolineatura tra sacerdozio ministeriale e partecipazione attiva dei fedeli, che è un pio desiderio; si afferma che il ministro agisce in nome di Cristo e della chiesa. Il sacrificio ha comunque valore indipendentemente dalla presenza dei fedeli; la messa cioè vale anche senza i fedeli. Si parla anche della comunione eucaristica: è necessaria al ministro, mentre ai fedeli è solo da raccomandarsi vivamente e si esorta i fedeli a ricevere l’Eucarestia almeno spiritualmente. Dal numero 107 a 115 si parla di adorazione eucaristica: la chiesa adora il suo Signore; l’adorazione ha un valore perché l’Eucaristia è un sacrificio ma anche Sacramento: non solo produce la grazia ma contiene l’autore stesso della Grazia.

Ufficio divino e anno liturgico

L’ufficio divino è la preghiera del corpo mistico di Cristo rivolta a Dio, a nome di cristiani e a loro beneficio. È fatto dai sacerdoti, dai religiosi e da altri ministri delegati dalla Chiesa (è riservata al clero e ai religiosi solo uomini). Si parla dell’anno liturgico. Il centro è Cristo stesso che vive per sempre nella sua chiesa; i misteri vissuti nel ciclo liturgico non sono solo semplice commemorazione storica ma offerta attuale di salvezza. Accanto ai  misteri di Cristo ci sono poi le feste dei Santi ed è tributato il culto a Maria. Il culto dei Santi è per cogliere le virtù da essi vissute e per trovare aiuto in essi. Attraverso il ciclo liturgico la chiesa, evidenziando la sua azione santificatrice, ci porta a Cristo per vivere con lui e per lui e si onora il Padre Celeste.

Direttive pastorali

I primi menzionati sono gli esercizi di pietà che conservano il loro valore, vanno epurati da abusi e indirizzati alla liturgia. Non sono dunque aboliti dalla vita della chiesa. Esempio: meditazione, esame di coscienza, ritiri, preghiera alla vergine (Rosario), visita al Santissimo Sacramento. Si parla inoltre di suppellettili, reliquie, canto gregoriano e poi della formazione liturgica del clero in modo tale che, attraverso la formazione, il popolo Cristiano partecipi alla liturgia che diventa così azione sacra nella quale il sacerdote, nella parrocchia affidatagli, renda al Signore il debito culto.

 

SACROSANTUM CONCILIUM

Dopo questa enciclica, prima della Costituzione conciliare, abbiamo alcuni fattori da tenere presente:

  • 1951 Restaurazione della veglia Pasquale: prima non c’era la veglia Pasquale il sabato notte, la resurrezione di Cristo si celebrava il sabato mattina.
  • 1953 Si parla di messe vespertine e della revisione del digiuno eucaristico.
  • 1955 Si istituiscono i riti della Settimana Santa.
  • 1958 Istruzione sulla musica nella liturgia.
  • 1960 Nuovo codice delle rubriche (libri in cui si indicava come celebrare i riti).
  • 1961 Edizione del Breviario.
  • 1962 Edizione del messale.
  • 4 dicembre 1963 Sacrosanctum concilium (4 secoli dopo il Concilio di Trento finito il 4/12/1563), approvato con 2147 placet e 4 non placet.

Il Concilio Vaticano II deve prendere in considerazione due elementi:

  • La Liturgia come tradizione intoccabile;
  • La Liturgia come fatto giuridico, statico, con garanzia di valore nell’applicazione precisa e rigida delle rubriche.

Il Concilio Vaticano II ha un grande vantaggio rispetto a Mediato dei, perché il movimento liturgico è penetrato nella chiesa considerato come un passaggio della … sulla chiesa.

Si fa la distinzione tra Tradizione e le varie tradizioni. Alla Tradizione si deve fedeltà; alle tradizioni la mutabilità. Si sente la necessità di rendere comprensibile la Liturgia e quindi maggiormente partecipata, considerando anche il confronto con un modo con cui non si può essere in antagonismo.

 

Struttura della Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium

È costituita da un proemio seguito da 7 capitoli.

  • primo capitolo: sui principi generali sulla riforma e incremento della Santa liturgia
  • secondo capitolo: mistero eucaristico
  • terzo capitolo: altri sacramenti e sacramentali
  • quarto capitolo: ufficio divino
  • Quinto capitolo: anno liturgico
  • sesto capitolo: musica sacra
  • settimo capitolo: arte sacra e sacra suppellettile.

 Proemio

Nel proemio si sottolineano i propositi generali del Concilio cioè:

  1. la crescita della vita cristiana
  2. l’adattamento al mondo moderno
  3. favorire la comunione dei credenti
  4. rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della chiesa.

Si afferma che la liturgia contribuisce a far sì che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo. Nella liturgia si applica l’opera della nostra Redenzione che è il punto di partenza per il concetto di liturgia. Parlare di questa opera di redenzione significa far riferimento all’opera della salvezza nella quale questa opera si è sviluppata. La Liturgia appare immersa nell‘economia della storia della salvezza che è inseparabile dal mistero di Cristo e al mistero della chiesa. La chiesa è definita Sacramento di unità: popolo Santo ordinato e radunato sotto la guida dei vescovi.

Il punto di partenza della Sacrosanctum concilium non è la liturgia, ma l’opera della nostra Redenzione. Lo strumento della nostra salvezza è Cristo. Nella storia della salvezza c’è un tempo nascosto in Dio, un tempo del mistero nascosto nella profezia e un tempo della Pienezza. La chiesa è chiamata ad essere il luogo dove si realizza l’incontro con Cristo e si fa esperienza di salvezza. Cristo è presente nella chiesa, nel sacrificio della messa, nei sacramenti, nella parola proclamata e dove la comunità è riunita.

 

Tratto da “A te la Lode” – dalla Sacrosantum Concilium

Nel 1958 morì Pio 12° e fu eletto Ronaldi, Giovanni 23° che convocò un concilio pe studiare i rapporti della chiesa con il mondo: nessuno dei precedenti concili aveva trattato la liturgia.

Infatti nel 1959 Giovanni 23° nominò una commissione per prendere contatti con i vescovi delle diverse nazioni e raccogliere le diverse proposte per tracciare una linea comune. Ciò che emerse fu il desiderio di trattare nel Concilio questioni liturgiche (per la grande maggioranza delle richieste emerse). Le risposte infatti indicarono che la liturgia dovesse essere una delle priorità dell’assemblea per conferirle il suo vero valore didattico e formativo: semplificazione dei riti, introduzione della lingua parlata, attiva partecipazione dei fedeli, tutti elementi atti a favorire la comprensione del mistero cristiano.

Tutte le proposte sulla liturgia furono pubblicate nel 1960-61 in 16 volumi ed il Papa istituì 10 commissioni: la commissione liturgica fu presieduta da Gaetano Cicognani e costituite 13 sottocommissioni. Ad ogni commissione fu affidata un capitolo preciso:

  • Mistero sacra liturgia
  • Messa
  • Concelebrazioni sacramentali
  • Ufficio divino
  • Sacramenti
  • Calendario
  • Problema lingua latina
  • Partecipazione dei fedeli alla sacra liturgia
  • Tradizioni nella sacra liturgia
  • Suppellettili e sacramenti liturgici
  • Musica e arte sacra

 

Nel 1961 il Papa indisse ufficialmente il Concilio e le commissioni più impegnate furono quelle che si occuparono della liturgia latina e della musica liturgica. Nonostante divergenze e disaccordi fu predisposto uno schema:

  • Una delle prime sottolineature fu il ritorno al Battesimo come incorporazione al sacerdozio di Gesù: piena ed attiva partecipazione alla liturgia.

La commissione centrale composta da 70 membri tra cardinali e vescovi esaminò tutti i diversi contributi delle diverse commissioni occupandosi della costituzioni liturgica e nel 1962 la relazione finale fu trasmessa ai Padri conciliari e da loro accolta (con 2162 approvazioni del documento).

Alla morte di Giovanni 23° gli successe Paolo 6° che inaugurò la seconda sessione conciliare nel 1963 con il testo definitivo e la promulgazione, da parte sua, del 1° documento conciliare: il 4 dicembre 1963 in cui venne approvata la Costituzione sulla sacra liturgia che ha cambiato il volto della Chiesa. I padri conciliari mantennero un sano equilibrio tra passato e futuro promuovendo lo sviluppo dei riti sulla linea della tradizione della Chiesa: ossia la liturgia deve essere sempre preceduta dalla storia e dalla pastorale e le innovazioni vanno introdotte solo per utilità della Chiesa.

 

Infatti al nr. 49 della Sacrosantum concilium afferma che i riti siano semplificati sopprimendo quegli elementi non utili e ristabilendo gli altri elementi perduti. Secondo i Padri conciliari – all’unanimità – la riforma generale della liturgia si estende a tutti i riti educando tutte le persone ad un cambiamento di mentalità: in questo modo è stato riscoperto il valore pastorale della liturgia non più chiusa in sé e sganciata dalla vita dei fedeli ma viva testimonianza della fede nella Chiesa in comunione con i fedeli e con Dio.

La liturgia è presentata come mezzo per le relazioni autentiche e come il luogo in cui cresce la vita cristiana perché il mondo, credendo, giunga alla salvezza.

In quest’ottica i padri hanno evidenziato 3 piste pastorali:

  • La liturgia deve sostenere il cammino delle comunità ad intraprendere itinerari nella linea del vangelo;
  • La liturgia deve farsi fatto sociale e voce critica nei confronti della società raccogliendo il grido di chi soffre;
  • La liturgia va vissuta come esperienza di salvezza di quel popolo radunato in quel luogo.

 

Elementi didattici della liturgia

I padri conciliari dividono la s. scrittura in 3 anni (A: Mt; B: Mc; C: Lc) in modo che tutti e tre i Vg. sinottici siano proclamati mentre quello di Gv.  si legge nel periodo di Pasqua e in quello di Natale.

Inoltre hanno evidenziato che:

  • La liturgia educa i fedeli ad una vita cristiana autentica (fine spirituale)
  • La liturgia adatta alle esigenze dell’uomo moderno gli elementi soggetti a mutamento (fine pastorale)
  • La liturgia incrementa il dialogo ecumenico (fine ecumenico)
  • La liturgia favorisce il cammino di tutti gli uomini (fine missionario)

Inoltre il Concilio ha anche affrontato la dimensione antropologica: l’uomo è considerato soggetto attivo della celebrazione a cui si propongono segni comprensibili ossia, una liturgia troppo ritualizzata e preoccupata solo dell’esecuzione aveva fatto dimenticare che i riti sono per gli uomini e che la loro partecipazione serve alla vita liturgica.

 

È importante che tutti siano formati alla liturgia e ai segni che essa propone. Ci sono infatti dei gesti che noi compiamo che non fanno capire davvero il senso della liturgia, fatti ad esempio in modo troppo superficiale ecco perché tutti dovrebbero essere formati bene alla liturgia e alla ritualità per evitare confusioni ed approssimazioni.

I padri conciliari che hanno inserito l’aspetto pastorale e teologico della liturgia hanno dimostrato che l’aspetto dottrinale non si può slegare dal primo e questo condurrà ad una riforma liturgica permanente “ecclesia super reformanda”.

La sacrosantum concilium afferma già ciò che è espresso nella LG:

  • Primato della parola
  • Missione come cuore della Chiesa nell’evangelizzazione
  • Desiderio di dialogare
  • Cristologia ed ecclesiologia insieme nella liturgia

E dimostrava in 7 capitoli un linguaggio semplice che si succedono in 130 numeri:

  • Proemio (nr. 1-4)
  • 1: principi generali per la riforma della sacra liturgia (nr. 5-46)
  • 2: ministero eucaristico (nr. 47-58)
  • 3: altri sacramenti (nr. 59-82)
  • 4: ufficio divino (nr. 83-101)
  • 5: anno liturgico (nr. 102-111)
  • 6: musica sacra (nr. 112-121)
  • 7: arte e la sacra suppellettile (nr. 122-130)
  • Appendice: su dichiarazioni sul Conc. vat. II circa la riforma sul calendario.

 

Nel 1964 Paolo 6° fece una commissione per attuare la costituzione conciliare composta da 50 membri tra vescovi e cardinali e 200 esperti e nel 1965 la Commissione revisionò tutti i testi liturgici per dare istruzioni a vescovi e sacerdoti ed istruire gli operatori circa la partecipazione alla liturgia. Poi, dopo 5 anni di lavoro, nel 1969 subentrò la congregazione per il culto divino e si pubblicarono due documenti che modificarono la celebrazione eucaristica:

  • Nel 1964 che indicava le prime innovazioni da introdurre nella liturgia e il quadro della celebrazione
  • Nel 1965 in cui venne pubblicato l’ordo missae ossia le variazioni sul rito della settimana santa e poi le istruzioni sulla musica nella sacra settimana.

 

Le nuove norme nell’ordinanza dei riti e nella partecipazione dei fedeli avevano suscitato delle problematiche, come ad esempio:

  • L’introduzione della lingua parlata aveva come effetto il mettere da parte il canto gregoriano
  • 1967: istruzione sul culto del mistero eucaristico e promulgazione dell’applicazione della costituzione liturgica per i 3 anni
  • 1970: congregazione per il culto divino
  • 1971: riforma della liturgia delle ore
  • 1972: iniziazione cristiana degli adulti
  • 1972: canto della messa
  • 1999: rito degli esorcismi e delle indulgenze
  • 2000: martiriologio romano
  • Fino al 2005: diversi cambiamenti tra cui il nuovo messale del sacerdote, cambiamento dei riti dei sacramenti celebrati tutti durante la messa e la celebrazione eucaristica definita culmine e fonte della nostra vita cristiana pertanto tutti devono convergere verso essa.

 

La riforma liturgica fu accolta favorevolmente dalla maggior parte dei pastori e dei fedeli come slancio di speranza e di gioia, in quanto da essa scaturì un volto più autentico della liturgia, soprattutto il discorso di Paolo 6° che pose la costituzione nel cuore della Chiesa perché diventasse patrimonio spirituale per tutto il popolo di Dio. Ma non mancarono tuttavia gli oppositori che non accolsero bene questa riforma, impauriti dal tradire la tradizione allontanandosi dalla vera dottrina.

La Sacrosantum Concilium venne promulgata nel periodo della secolarizzazione e delle desacralizzazione della vita umana, in cui vigeva un’ignoranza diffusa. Ad esempio gli avanguardisti chiedevano spontaneità nella liturgia e nella formulazione della preghiera eucaristica al contrario dei conservatori che difendevano il latino e la liturgia tradizionale. Ecco perché nel 1967 Paolo 6° parlerà alla commissione circa gli episodi di intolleranza diffusi ovunque che, essendo pericolose, attentavano all’unità della Chiesa à da qui (Cost. 22): le disposizioni vengono date dalla santa sede e dal vescovo diocesano e la liturgia regolata dalle assemblee episcopali perciò nessun sacerdote può aggiungere o togliere o mutare alcunchè in materia liturgica.

Questa costituzione venne accolta anche da G. Paolo II in preparazione al Giubileo del 2000 che intervenne con la Redentionis sacramenti sottolineando gli abusi circa la celebrazione e il culto eucaristico.

 

Per quanto riguarda gli esercizi ribaditi dalla Costituzione (n. 13) essi devono essere conformi alle norme della Chiesa e vanno compiuti per mandato della sede apostolica, regolati tenendo conto dei tempi liturgici: la liturgia resta il tempo privilegiato in cui la Chiesa si esprime e modificarla significava modificare l’idea di Chiesa: la liturgia fa la Chiesa così come la Chiesa fa la liturgia, la Chiesa opera la riforma e la liturgia è fonte e culmine della Chiesa. Nella liturgia dunque si rivela il volto della Chiesa che annuncia e celebra il mistero pasquale del Risorto.

La costituzione definisce il vescovo:

  • Come grande sacerdote del popolo da cui dipenda la vita del suo gregge, dei suoi fedeli in Cristo: nella liturgia infatti, presieduta dal vescovo, c’è la manifestazione piena e attiva di tutto il popolo di Dio soprattutto nel momento dell’eucarestia. Attorno al vescovo cresce la comunione della ecclesìa, della comunità e la Chiesa diventa così il cuore della liturgia in cui le azioni liturgiche appartengono a tutto il popolo di Dio e in cui il vescovo è guida e custode della vita liturgica della chiesa locale. Come diceva benedetto 16°: il vescovo è il primo dispensatore dei misteri di Dio, custode e guida di tutta la vita liturgica).
  • Il vescovo infatti, è anche il liturgo per eccellenza della propria chiesa che deve salvaguardare l’unità delle celebrazioni nella sua diocesi facendo in modo che presbiteri e fedeli comprendano il senso dei riti e dei testi liturgici per essere condotti ad una viva e proficua eucarestia, o come diceva Giovanni Paolo II “si affida al vescovo il compito di estirpare gli abusi della liturgia” (LG. 26: ogni celebrazione eucaristica è diretta dal vescovo a cui affidare l’ufficio di regolare il culto della religione alla divina maestà).
  • Il vescovo è sentinella che deve orientare e vigilare il presbiterio a celebrare l’alleanza introducendo la comunità nelle meraviglie di Dio custodendo la fede della santa Chiesa, senza dimenticare l’importanza della conoscenza dei riti e del linguaggio e della cultura in modo da poter parlare all’assemblea tutta in modo comprensibile ed adeguato.
  • Il vescovo svolge un lavoro di tipo paterno che porta la responsabilità della crescita dei propri figli affinchè essi incontrino il Signore.

 

Difficoltà rispetto all’uso del rito tridentino: ????

  • Indulto con cui G. Paolo II consentiva ai vescovi di celebrare con il messale romano
  • Nel 2009 Benedetto 16° concesse di usare libri liturgici del ’62 come forma straordinaria, a gruppi che ne fecero richiesta e pertanto la celebrazione rimase la forma ordinaria del rito romano.

 

Il papa dice che la liturgia più autentica è l’amore ed essa può assolvere il compito di riunire le fazioni lontane, recuperando il sacro e celebrando unitamente Cristo. Infatti, per il Papa la crisi della Chiesa di questo tempo, dipende proprio dal crollo della liturgia in cui la comunione e l’unità della Chiesa non appaiono più.

La riforma della liturgia deve dunque operare quella conversione che permetta di incontrarsi con Dio nella celebrazione liturgica (verificando che ci sia coerenza tra Il concilio e le realizzazioni post-conciliari) ed educando quindi i fedeli a vivere la fede partendo dalla liturgia e presentando in questo modo la liturgia stessa, come luogo in cui si sperimentano le meraviglie di Dio. G. Paolo II diceva infatti che l’azione liturgica deve permettere ai fedeli di entrare nel mistero e la liturgia deve costituire un’anticipazione sulla terra della lode che i beati rendono a Dio in cielo 8ecco perché essa è fonte e culmine della vita della Chiesa).

Secondo G. Paolo II questa riforma liturgica ha portato grandi vantaggi per un’attiva partecipazione dei fedeli al santo sacrificio.

Infatti se consideriamo i due termini dati dai Padri conciliari:

  • Incremento=sviluppo
  • Riforma=rinnovamento

è chiaro che da un nuovo vigore della vita cristiana (ad intra) si invitano tutti gli uomini a incontrare la Chiesa (ed extra), invocando lo SS. affinchè la liturgia sia la sorgente inesauribile della vita cristiana.

 

DEFINIZIONE DI LITURGIA (Sacrosantum Concilium 7)

La liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante cui viene significata e realizzata la santificazione dell’uomo ed esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, il culto pubblico integrale.

 

Elementi della liturgia

  • Esercizio degli uffici sacerdotali di Cristo
  • L’azione di Cristo e della Chiesa (capo e sue membra) i cui effetti sono la santificazione e il culto integrale;

 

  • Esercizio degli uffici sacerdotali di Cristo

L’ufficio sacerdotale di Cristo, secondo la costituzione, è quello esercitato nella vita liturgica. L’atto liturgico è da intendere come atto del Cristo glorioso unito al suo corpo mistico che è la Chiesa.

Attraverso la Lt. Ebrei si specifica cosa si intende per ufficio sacerdotale di Gesù: infatti solo questa lettera parla di Gesù come sacerdote vedendo il rapporto di questo esercizio nella liturgia della Chiesa. Esempi:

  • Eb. 3,1-2: “lo sguardo di Gesù, sommo sacerdote della nostra fede, è fedele a colui che l’ha costituito…ossia Gesù svolge azioni sacerdotali;
  • 7,14: in cui si parla del sacerdozio di Gesù che ha origini diverse da quello ebraico con effetti diversi, ossia l’azione sacerdotale di Cristo consiste nel fatto che l’obbedienza è la modalità del suo sacerdozio; questa diversità emerge anche al 10,1-8 in cui si parla dei confronti tra il sacerdozio antico e quello di Cristo che è superiore in quanto, quello antico è fallito per via dei molti sacerdozi e sacrifici mentre quello di Cristo è eterno e non va ripetuto.
  • Lt. 5,5: Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote ma essa gli viene da Dio (Salmo 109) affermando che Gesù si è reso disponibile all’accettazione del progetto del Padre;
  • Lt. 5,7-10: “perciò G. offrì preghiere e suppliche a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà, divenne causa di salvezza eterna essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote”. Qui ovvero si accentua l’umanità di Cristo in comune con tutti gli uomini essendo con loro solidale. Ma qui emerge anche il rapporto di Gesù con il Padre in quanto non decide da solo ma accoglie la volontà del Padre: in questo rapporto il Padre opera in lui una trasformazione e i toni della preghiera sono un consegnarsi di Gesù nelle mani del Padre (Gv. 19,30);
  • Lt. 4,15: apprendistato nell’obbedienza accettando il Padre con l’attenzione degli uomini: G. traccia un cammino di obbedienza nel P. e il suo sacerdozio è compreso alla luce della sua offerta.

La lettera agli Ebrei riprende il Salmo 40 in cui si dice che Gesù non offre vittime ma se stesso, un’offerta personale senza ricorsi esterni, ma solo per la propria vita.

Pertanto egli è vittima e sacerdote al contempo che, senza macchia, non ha bisogno di cercare una vittima fuori di sé ma il suo sangue diventa offerta gradita, infatti come evidenzia la Lettera Ebrei, il vero sacrificio è una realizzazione che supera forze umane e Cristo ha assunto l’umana natura in piena docilità al Padre.

 

  • Gli effetti dell’azione sacerdotale di Cristo

Facciamo riferimento per gli effetti alla Lt. Eb. 9,12 in cui si parla di 3 effetti:

  • Salvezza eterna
  • Redenzione eterna
  • Annullamento del peccato mediante il sacrificio di se stesso.

Una seconda caratteristica dell’azione sacerdotale di Cristo è il suo essere garante di un’alleanza migliore e sempre nuova (Lt. Eb. 9,15): nuova perché fondata sulla morte sacrificante di Cristo.

Il sacerdozio di Cristo nell’oggi della Chiesa significa che viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati: questo dono trova espressione nella vita liturgica della Chiesa in cui c’è l’esercizio di un sacerdozio nuovo, personale, interiore ed ecclesiale, che non separa il culto dalla vita vera ma evidenzia la convergenza.

La liturgia, pertanto, non esaurisce tutta l’azione della Chiesa ma è culmine e fonte da cui promana tutta la sua virtù (Sacrosantum C. 9-10).

 

ASSEMBLEA LITURGICA

In essa distinguiamo 2 dimensioni:

  • Dimensione del mistero della salvezza (verticale)
  • Dimensione del comportamento e origine tra gli uomini (orizzontale)

 

  • Dimensione del mistero della salvezza (verticale)

Per cui Dio si rivolge con amore alla comunità e la liturgia ha il carattere di un dono che Dio dà a noi: il mistero della salvezza si realizza quando l’uomo risponde a questo dono che Dio gli fa.

 

  • Dimensione del comportamento e origine tra gli uomini (orizzontale)

In cui è importante il processo comunicativo ovvero chi comunica (sacerdote-vescovo) deve dare un messaggio modificabile e comprensibile per far sì che i partecipanti siano più attenti e ricettivi. Il problema è che il messaggio non può essere solo verbale ma anche conseguente ai segni posti (es: con le parole il sacerdote fa un’osservazione ma coi gesti è lontano perciò è importante che essi siano collegati e l’uno conseguente all’altro). Il comportamento dell’assemblea dunque, è decisivo e deve avere una piena conoscenza della sua comunità, con occhio e orecchio alla celebrazione, creando un clima adatto alla liturgia che sta per celebrare in modo che i partecipanti non siano passivi ascoltatori ma concelebranti che prendono parte alla stessa con vivacità.

È infatti anche importante l’attesa con cui i partecipanti intervengono alla celebrazione, affinchè la comunicazione si efficace: ossia i gesti compiuti dall’assemblea devono essere quelli uguali a tutti per comunicare il loro senso (es. le mani aperte nel P. Nostro) ed il sacerdote, per non escludere nessuno, dovrebbe sempre tenere conto dell’assemblea che ha davanti.

Un passo in avanti venne compiuto con il Vat. II quando al posto della lingua latina venne imposta quella nazionale, cosa che permise una maggiore comprensione della liturgia.

SEGNI LITURGICI

Ricordiamo che a Roma all’inizio del III secolo la liturgia era svolta nella forma della coinè, poi man mano al suo posto si introdusse il latino – con l’imperatore Decio; ma nelle città in cui si parlavano più lingue sorge anche il problema del Vg. letto nella lingua locale del popolo più traduzioni nelle altre lingue, come accadde con Cirillo che tradusse la Bibbia e la liturgia nella lingua cirillica. In seguito nel Medioevo la lingua latina fu presente in tutte le liturgie, fino al Vat. II ma si pose il problema delle traduzioni dei testi liturgici. Accanto ad esse, infatti, c’erano i segni liturgici ossia simboli (la cui parola dal greco siumballèin significa combaciare due metà) fatti di 2 parti, una visibile e un’altra soprasensibile. I simboli dunque rappresentando la realtà invisibile non raggiunta dal linguaggio…da qui i molti simboli che abbiamo: nazionali, sociali, religiosi, ecc.

Nella liturgia Gesù è l’immagine del Dio invisibile, il simbolo che dischiude le infinite dimensioni di Dio e la Chiesa viene vista come corpo mistico di Cristo, ossia essa è il segno visibile della salvezza in mezzo ai popoli, grazia a cui Cristo comunica la gloria invisibile di Dio.

Ciò che in Cristo era visibile è passato nei sacramenti della Chiesa e i sacramenti sono dunque i segni che ricordano un passato, che indicano un presente e segni profetici che preannunciano la gloria futura.

L’atteggiamento del corpo nella liturgia è fondamentale: possiamo muoverci, stare in piedi o in ginocchio o seduti o fare molteplici gesti anche con le mani, come alzarle, congiungerle, dare la pace, ecc. ma anche le azioni cultuali e rituali sono tante ed adoperano oggetti simbolici come l’acqua, l’olio, l’incenso, le palme, ecc.: tutti questi segni indicano una realtà che va oltre il segno.

Questo lo riscontriamo anche nelle vesti liturgiche.

 

Le vesti liturgiche

Nella prima epoca cristiana non c’era nessun particolare abito liturgico poi con Costantino si equiparò il clero ai funzionari imperiali dando loro alcune vesti ed oggetti come stola, manipoli, anello.

Ma le vesti liturgiche proprie apparvero solo nel 5° secolo con l’antico costume maschile romano (la tunica cede il passo all’abito germanico-gallico) ma i ministri liturgici mantennero le vesti festose romane (i paramenti) che erano:

  • Alba o camice: bianca e lunga erede dell’antica tunica romana portata da coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine (sotto la quale prima, a causa della sua scollatura, si metteva l’ammitto) ed intorno alla quale tunica si poneva il cingolo ossia la cintura. Poi sopra era posta la stola riservata a chi aveva ricevuto l’ordine sacro. Oggi si mette la casula che venne accorciata nel 13° secolo diventando casula gotica;
  • Dalmatica: veste che viene dalla Dalmazia e rappresenta l’abito liturgico del diacono;
  • Tunicella: veste del subdiacono ossia un camice corto al ginocchio;
  • Piviale: mantello da pioggia portato nelle processioni o nelle benedizioni eucaristiche;
  • Paglio: striscia fatta con lana di agnello che portano il Papa o gli arcivescovi metropoliti;
  • Vesti liturgiche: quelle dei ministranti bianche o con passamano rosso o oro.

Il vestiario liturgico è importante perché contribuisce al decoro dell’azione sacra.

 

I colori delle vesti liturgiche

Accanto alle vesti abbiamo anche una norma di colori il cui simbolismo è da ricercare nell’antichità dove una tinta particolarmente preziosa era il porpora ottenuto a gocce e poi diluito per colorare la stoffa. Più la veste era scura tanto più essa era pregiata.

La prima regola di colori per le vesti liturgiche si ebbe intorno al 1200 col Papa Innocenzo III che descrisse precisamente gli usi del tempo. Il messale tridentino ricevette carattere obbligatorio. Dopo il Vat. II la differenza dei colori per il messale ha lo scopo di esprimere la caratteristica dei misteri della fede celebrati:

  • Bianco: per Pasqua, Natale, feste del Signore, della Madonna e dei Santi non martiri e degli angeli;
  • Rosso: per domenica delle Palme, venerdì santo, Passione, Pentecoste, apostoli e martiri;
  • Verde: per tempo ordinario;
  • Viola: per avvento, quaresima, funerali (prima usato il nero poi abolito);
  • Rosaceo: per la 3° domenica di avvento (gaudente) e la 4° domenica di quaresima (laetare);
  • Celeste chiaro: per le feste della Madonna.

Nei riti orientali invece non c’è una regola dei colori come in Occidente ma di solito portano dei broccati d’oro.

Tutti questi segni liturgici devono illustrare delle realtà invisibili assumendo un forte valore simbolico che da solo non ci direbbe nulla.

 

Riti liturgici

La sacrosantun C. 21 ci dice che essi devono essere più chiari affinchè il popolo capisca facilmente il senso per partecipare attivamente ed in modo più pieno alla liturgia eucaristica.

Essi infatti devono essere semplici chiari e brevi e senza inutili ripetizioni per essere adattati alla capacità di comprensione dei fedeli.

Nella riforma dei libri liturgici infatti, si eliminarono alcuni segni: es. nel battesimo prima c’era insufflazione sul volto o il sale in bocca o il toccare con la saliva naso e orecchie oggi sostituiti da imposizione segno croce, consegna veste candida, cero acceso dal padre che portano maggiore partecipazione al sacramento).

 

SIGNIFICATO DEI SACRAMENTI

La loro celebrazione è essenziale nella liturgia.

Sacramentum viene dal greco miusterion che nel NT indica sia il mistero che l’opera di salvezza di Dio in Cristo e quindi Cristo stesso. Per cui i misteri sono anche le parole e le azioni di Gesù dette e compiute per la nostra salvezza.

Con il termine latino (plurale) sacramenta intendiamo: Chiesa, dottrina, preghiere, liturgia, riti, benedizioni.

Solo nel 13° secolo nella I scolastica si distinsero i sacramenta maiora (7 sacramenti) da i sacramenta minora (i sacramentari).

La parola sacramento perciò è segno di qualcosa di significativo ossia portatore di un significato.

Il primo sacramento definito dalla LG è Gesù Cristo come ci riportano anche le tante affermazioni di lui nel NT:

  • Vero uomo, Figlio di Dio, Uomo di Dio
  • Ma anche Cristo che sa di essere chiamato dal Padre a portare agli uomini una buona novella e a dare loro liberazione e salvezza (Lc. 4)
  • La vita di Cristo è servizio e dono per gli uomini, culmine della Passione e resurrezione in cui Cristo vince la nostra morte, donandoci la vita in abbondanza;
  • Egli promette ai suoi discepoli lo SS. e la sua presenza permanente;
  • Gesù da’ ai suoi discepoli incarico di continuare il suo ministero di salvezza attraverso parola e sacramenti.

 

La Chiesa come sacramento universale di salvezza

Da queste affermazioni del NT derivano conseguenze per l’attività della Chiesa, la quale nell’annuncio della sua parola celebra la liturgia e amministra i sacramenti: è Gesù stesso che agisce attraverso la Chiesa.

Anche i sacramenti perciò, quali settori essenziali della liturgia, sono comunione e azione di Cristo nella sua Chiesa da lui compiuti con forza salvifica e nei quali abbiamo la struttura di incarnazione della Chiesa.

Nel farsi uomo, Gesù si dona all’umanità assumendo la nostra natura umana: così in lui comunicano Dio e l’uomo, il trionfo di Dio e la morte dell’uomo ed ecco perché il sacramento diventa segno visibile della grazia invisibile: Cristo è il sacramento primordiale perché la sua vita e il dono di sé sulla croce sono segno visibile della salvezza.

Cristo pertanto diviene centro dinamico di un’attività salvifica che vuole trasformare tutta l’umanità attraverso la Chiesa e la liturgia: la sua costituzione umano-divina Gesù la comunica a tutta la Chiesa rendendola corpo mistico fatta di una parte visibile (Chiesa dei peccatori) e di una parte invisibile (Corpo mistico di Cristo) à (la Chiesa è teandrica) diventando così segno visibile di salvezza tra i popoli e collocandosi tra Cristo (1° sacramento) e gli altri sacramenti. La Chiesa diventa il sacramento universale di salvezza.

 

I 7 SACRAMENTI 

Questa stessa struttura teandrica di visibile-invisibile si trasferisce anche ai sacramenti che sono 7 e sono:

  • Azioni umane con parole e segni che in sé non hanno alcun significato ma dietro cui c’è la volontà salvifica di Dio per mezzo di Cristo;
  • Mezzi in cui agisce Cristo e vuole la nostra salvezza chinandosi sull’uomo e elevandolo verso il Padre
  • Forma concreta dei singoli sacramenti che Cristo (sacramento primordiale), ha istituito personalmente
  • Ogni sacramento realizza la sua volontà di salvezza attraverso la Chiesa (sacramento universale) la quale ha il compito di dare alla volontà di Gesù la forma concreta del segno e della parola.

Per questo il Conc. Vat. II ha riformato la liturgia dei sacramenti che:

  • Sono incontro di partecipazione con Cristo
  • Si fondano sulla volontà salvifica di Dio in Cristo e in cui Cristo si avvicina all’uomo bisognoso di salvezza, per mezzo della Chiesa
  • Ogni evento sacramentale è incontro con Cristo e attraverso lui, col Padre perché richiede un avvicinarsi reciproco: Cristo accetta la libertà dell’uomo senza imposizioni, ma con una partecipazione libera nel sacramento da parte dell’uomo
  • Sono prolungamenti del dono del Padre fatto al mondo della redenzione del Figlio
  • la fede che l’uomo deve avere nel partecipare al sacramento va vista come fiducia, riconoscimento del Padre, caratterizzata dalla carità che esclude ogni forma di autoritarismo e superbia: per cui la fede è l’elemento principale nell’azione del sacramento
  • la fede di colui che riceve il sacramento è la premessa indispensabile per l’agire sacramentale di Cristo e per una ricezione fruttuosa del sacramento
  • quale parola di salvezza, sono come un seme piantato nell’uomo che non cresce, senza fede e amore
  • sono un inizio donato da Dio che deve essere portato avanti fino al compimento, diventando obbligo che non si può realizzare senza fede
  • la cui autenticità della celebrazione è data solo dalla fede e in essa compiuta
  • i cui effetti sono alimentare la fede nel ricevente, così come spiegato dalla Sacr. Conc. 69 nei cd. Sacramenti della fede.

 

La fede

Affinchè il sacramento sia tale c’è bisogno della fede intesa nel NT come riconoscimento e confessione e anche come fiducia nei confronti del Padre, caratteristica della carità con la quale si completa. La fede esclude ogni forma di autoritarismo e di superbia e Gesù l’ha indicata come condizione per la giustificazione.

Lc. 4: episodio del fariseo e del pubblicano per il perdono divino che si ha solo mediante la fede

Mc. 5,6-e seg: in cui la fede di chi riceve il sacramento è indispensabile per l’agire sacramentale di Cristo e per una ricezione fruttuosa del sacramento.

Ogni sacramento come promessa da parte di Dio, è come un seme piantato nell’uomo che non cresce, senza fede e amore, un inizio donato da Dio che deve essere portato avanti fino al compimento, diventando obbligo che non si può realizzare senza fede.

Di conseguenza la celebrazione dei sacramenti può essere recepita solo attraverso la fede.

 

DEFINIZIONI DI SACRAMENTI 

  • sono incontro personale e di partecipazione dell’uomo con Gesù e attività fondamentale della Chiesa (Sacr. Conc. 26) dove le azioni liturgiche sono celebrazioni del popolo santo radunato sotto la guida dei vescovi
  • appartengono all’intero corpo della Chiesa e non possono essere fatti fuori dalla comunità ecclesiale
  • hanno un aspetto ecclesiologico che appare innanzitutto nella loro celebrazione da parte della Chiesa in quanto sacramento universale che li celebra per incarico del sacramento primordiale che è Cristo (Chiesa=strumento nella mani di Cristo visibile a tutti gli uomini, segno permanente della vicinanza di Cristo e del suo amore)
  • la loro celebrazione è uno dei compiti essenziali della Chiesa
  • sono le attività fondamentali accanto all’altra attività che è l’annunciazione della parola di Dio
  • devono custodire la parola di Dio essendo presenza del mistero pasquale di Cristo
  • sono dono di Cristo agli uomini bisognosi di salvezza di cui essi non possono essere privati
  • Aggiungono nuovi membri alla comunità dando inizio a nuovi rapporti con essa e con Cristo.

 

La celebrazione dei sacramenti

La cessazione della loro celebrazione è considerata un tradimento per la Chiesa.

La loro celebrazione adempie infatti ad un compito ed edifica la Chiesa attraverso lo SS in quanto ogni sacramento celebrato e ricevuto serve proprio all’edificazione della Chiesa (corpo mistico di cristo), ampliandolo.

La chiesa si realizza nella misura in cui la santificazione dei sacramenti si compie nell’uomo.

Nella celebrazione del sacramento, infatti, la Chiesa rende ogni volta grazie a Dio e fa una preghiera per i suoi membri: ogni sacramento perciò riguarda l’intera Chiesa e deve avere per questo il carattere di una celebrazione liturgica (questo è il motivo per cui non può esserci una messa privata o un battesimo privato ma deve esserci per forza una partecipazione attiva dell’assemblea soprattutto per la celebrazione della messa e per l’amministrazione dei sacramenti – Sacr. Conc. 27).

Un altro problema che riguarda la celebrazione dei sacramenti è l’efficacia perché il loro effetto salvifico si fonda su Cristo che è il vero celebrante del sacramento e le persone incaricate dalla Chiesa sono strumento nelle mani di Cristo, ovvero il sacramento è valido anche se il ministro del sacramento è indegno. Il sacramento resta efficace perché l’attività salvifica di Cristo si ha in ogni luogo anche se colui che amministra il sacramento è indegno personalmente.

L’effetto del sacramento è sempre un dono, un aprirsi al dono del Signore.

Dunque se chi riceve il sacramento oppone un ostacolo con mancanza di fede o con rifiuto, non produce effetto (1° Cor. 11).

 

NUMERO SACRAMENTI

In Occidente abbiamo il settenario che si è formato un po’ alla volta e che arriva a noi con la Scolastica.

3 sacramenti dell’iniziazione cristiana:

  • Battesimo
  • Confermazione
  • Eucarestia

2 sacramenti di guarigione (con funzione di aiuto al corpo e allo spirito)

  • Riconciliazione
  • Unzione infermi

3 sacramenti dell’età adulta (con funzione sociale ed ecclesiologica)

  • Ordine
  • Matrimonio

 

Esiste una gerarchia di questi sacramenti:

  • Eucarestia: forma il punto focale e culminante dell’evento sacramentale a cui gli altri sacramenti sono ordinati così come indicato dal Conc. V. II secondo cui tutti i sacramenti vanno celebrati all’interno dell’eucarestia che rappresenta così il centro vivente di tutte le celebrazioni e perno che regge l’intera vita liturgica.
  • Battesimo: considerato porta di ingresso di tutti gli altri sacramenti innestando l’uomo nel mistero della Chiesa
  • Confermazione e riconciliazione: sono sviluppi del sacramento del battesimo

 

Ci sono poi 3 sacramenti che danno un’impronta particolare detta carattere sacramentale (carattere dal greco conio=stampo, che rimanda a qualcosa di incancellabile) e dunque non si possono ricevere più volte ma solo una volta nella vita e sono: Battesimo, Confermazione, Ordine sacro in quanto questa impronta significa una consacrazione permanente che rende il ricevente proprietà inalienabile di Cristo. Infatti il carattere che viene dato da questi sacramenti è:

  • Battesimo: carattere di figlio di Dio (incancellabile)
  • Cresima: carattere di testimone di Cristo (incancellabile)
  • Ordine sacro: carattere di rappresentante di Cristo (come capo).

Secondo S. Tommaso i 7 sacramenti comunicano all’uomo situazioni della sua vita, paragonandoli nel loro scopo alla vita corporale e spirituale dell’uomo:

  • Procreazione e nascita: battesimo
  • Maturazione: confermazione
  • Alimentazione: eucarestia
  • Guarigione: penitenza e unzione
  • Potere di governo della vita: ordine
  • Costituzione naturale della comunità: matrimonio.

Questa analogia con la vita naturale dell’uomo non deve far trascurare la verità di fede che è lo scopo dei sacramenti ossia l’inserimento nel mistero pasquale di Cristo.

 

BATTESIMO

Evento più importante e fondamentale della vita cristiana, presente in tutte le confessioni cristiane e pertanto si tratta di un sacramento ecumenico.

Si basa sulla testimonianza degli scritti del NT nel quale si parla del battesimo fondando tale sacramento:

  • Atti 2: dopo Pentecoste nel discorso di Pietro ai presenti che chiedono cosa fare e a cui lui risponde “convertitevi e fatevi battezzare”

All’inizio delle prime comunità cristiane il battesimo era dato solo agli adulti mentre ai bambini venne concesso solo quando il Cristianesimo si estese ai figli delle famiglie cristiane.

Il battesimo risale ad un ordine del Signore:

  • Mt 28,16-19: “andate e battezzate, nel nome del P/F/SS”

Esso inoltre si trova nella pratica generale della comunità primitiva e le premesse generali per riceverlo sono: la conversione e la fede in Gesù e nel suo messaggio.

Il battesimo si inserisce nella Chiesa popolo di Dio comportando un’incorporazione nel corpo mistico di Cristo e ricolmando i battezzati dello SS: essi infatti vengono collegati a Cristo in modo così profondo che sono coinvolti nel mistero della morte e resurrezione di Cristo (“nel B. siamo sepolti con Cristo nella morte e poi resuscitati per mezzo della gloria del Padre” – S. Paolo).

Esso è considerato la porta alla nuova vita, una nuova creazione in cui ogni colpa è perdonata compreso il peccato originale, dando alla vita umana una nuova pienezza di senso e di speranza nella vita eterna in comunione con Dio.

 

Il rito del battesimo

Dopo il Conc. V. II si è avuto un nuovo rito del B.

La sua celebrazione è sempre inserita nell’eucarestia all’inizio della quale, dopo che il sacerdote ha fatto il segno della croce, si afferma che c’è una nuova famiglia a cui rivolgere delle parole.

Inizia cioè il colloquio prebattesimale:

“Cosa chiedete alla Chiesa”? – “Il B.” e poi si chiede il nome scelto per il bambino.

Ci si rivolge oltre che ai genitori anche ai padrini ai quali chiedere se siano consapevoli di essere un aiuto per i genitori nell’educazione alla fede del bambino presentato.

Poi si passa ai segni compiuti dal sacerdote nel rito:

  • Quello della croce sulla fronte del bambino e ripetuto dai genitori e dai padrini
  • Si continua con la celebrazione “Signore pietà”, con la preghiera del gloria, la colletta, le letture e l’omelia
  • Dopo l’omelia c’è la preghiera dei fedeli in cui vanno inserite delle preghiere per il bambino e per i genitori
  • Poi c’è invocazione dei santi
  • Poi c’è la preghiera di esorcismo nella quale si prega affinchè questo bimbo abbia la forza di superare il male attraverso l’unzione prebattesimale fatta con l’olio dei catecumeni sul collo del bambino (si usa l’olio come per le celebrazioni ebraiche di unzione dei Re che ricevevano forza e capacità di sfuggire al male)
  • Poi si passa alla liturgia del sacramento ossia preghiera e invocazione sull’acqua
  • Poi la rinuncia a Satana per 3 volte a cui risponde tutta la comunità presente
  • Poi la professione di fede per 3 volte a cui risponde l’intera comunità
  • Poi genitori e padrini vanno vicino al fonte battesimale: il sacerdote per 3 volte versa l’acqua sul capo (per immersione o per intinzione)
  • Consegna della veste bianca per evidenziare che il bambino non ha più nessun peccato e dunque la sua anima è bianca
  • Rito del cero: il padre va al cero pasquale (ossia acceso nella veglia di pasqua) e accende una candela che porta accesa verso il bambino come simbolo della luce di Cristo nel mondo e della fede che i genitori trasmettono ai bambini
  • Poi c’è il rito dell’Effetà ossia il sacerdote fa una preghiera toccando orecchie e bocca perché il bambini presto possa ascoltare e proclamare la parola di Dio
  • Continua la celebrazione eucaristica con l’offertorio fino alla conclusione con la benedizione particolare sul bambino e sui genitori perché possano adempiere al loro compito.

Nei riti esplicativi si usa l’unzione con il sacro crisma ovvero l’olio consacrato dal vescovo nella messa crismale del giovedì santo, olio a cui sono stati aggiunti dei profumi. Il crisma si usa solo nei 3 sacramenti (che si ricevono una volta sola).

 

I padrini

L’ufficio dei padrini è fondamentale nel battesimo come nella confermazione in quanto ai genitori sono di aiuto nell’educazione alla fede del bambino.

Il padrino deve essere un uomo o una donna che con la sua vita cristiana deve avere a sua volta già ricevuto il sacramento della confermazione, appartenere alla Chiesa cattolica e non essere impedito nel compiere il suo ufficio.

Se i genitori hanno difficoltà a trovare un padrino con queste qualità, interviene la comunità parrocchiale oppure si rinuncia al padrino (dir. Can. 872).

 

Data del battesimo

Fino al medioevo esso era amministrato nella veglia di Pasqua e di pentecoste per evidenziare lo stretto legame del battesimo con le azioni salvifiche.

Poi con l’alta mortalità infantile del passato c’era una teoria per cui i bambini non battezzati andavano perduti e per questo si pensò di battezzarli presto (dir. Can 770) anche se prima la madre era esclusa dalla partecipazione. In seguito per rendere possibile anche la sua presenza, il nuovo rituale stabilisce che la celebrazione abbia luogo nelle prime settimane dopo la nascita.

Solo in pericolo di morte va fatto subito con rito abbreviato e può essere compiuto anche da un laico versando acqua sulla testa e pronunciando la formula “io ti battezzo nel nome del P/F/SS” e si raccomanda la sua celebrazione in domenica o nella veglia pasquale.

Catecumenato

Per l’iniziazione cristiana degli adulti oggi si preferisce fare un percorso sull’esempio del catecumenato dei primi secoli.

Il catecumenato inizia con il rito di ammissione alla chiesa e al gruppo dei catecumenati che avviene solitamente nell’atrio della Chiesa nel quale si presentano i candidati che vogliono seguire Cristo e sono accompagnati dai garanti ossia di amici e conoscenti che sono accanto ai catecumeni per aiutarli.

Dopo la preghiera di ringraziamento il sacerdote fa sulla fronte dei candidati il segno della croce, poi si passa alla liturgia della parola e si consegna loro un crocifisso o un vangelo. Il rito dei nomi dei candidati inizia dopo ed essi vengono inseriti nel libro dei catecumeni e si lascia loro un tempo in cui possono maturare nella fede e nella vita cristiana, nel quale tempo sono fondamentali i contatti e i colloqui personali. Dopo sono previste orazioni di esorcismo e di benedizioni dei catecumeni. In seguito c’è il tempo della preparazione al battesimo che inizia il mercoledì delle ceneri o la prima domenica di quaresima e perciò l’ammissione al Battesimo presuppone che il candidato abbia compiuto una vera conversione e sia saldo nella fede.

L’ammissione al B. avviene mediante il “rito dell’elezione o dell’iscrizione del nome” in cui i candidati sono chiamati “eletti” e accanto a loro si presentano i padrini e testimoniano e dichiarano di voleri ricevere i 3 sacramenti dell’iniziazione: battesimo, cresima e eucarestia ed alla fine c’è una preghiera sugli eletti sui quali il celebrante impone le mani.

Le 6 settimane seguenti sono chiamate “tempo della purificazione e illuminazione” in seguito alla quale si fanno degli scrutinii nella 3°-4°-5° domenica di quaresima e si consegnano le preghiere del credo e del padre nostro in queste 6 settimane: il credo in una messa feriale dopo la 3° domenica di quaresima e il padre nostro dopo la 5° domenica di quaresima.

Per il essi, il sabato santo è prevista una speciale liturgia della parola con il rito di effetà, imposizione del nome del battesimo e unzione con olio dei catecumeni.

La vera celebrazione dei sacramenti di iniziazione avviene nella veglia pasquale e dopo la litania dei santi con la benedizione dell’acqua, la rinuncia a satana, la professione di fede e l’atto battesimale vero e proprio.

In questo rito non c’è l’unzione con il crisma (come per i bambini) in quanto questo si avrà nella confermazione ma si hanno veste bianca e cero acceso. Il rito poi raggiunge il suo culmine nell’eucarestia.

 

CONFERMAZIONE\CRESIMA

 

Si incontra come 2° sacramento nella tradizione cristiana anche se all’inizio della Chiesa si riceveva dopo il Battesimo à battesimo – Cresima – Eucarestia invece adesso hanno un ordine diverso à battesimo – confessione – eucarestia – cresima.

Nell’iniziazione cristiana degli adulti, invece, la C. è il 2° sacramento dopo il Battesimo.

 

Il termine deriva dal latino confirmatio: rafforzamento, vista in stretta connessione col Battesimo e conferisce lo SS. In oriente invece si parla di consacrazione di unzione con il crisma ed è caratterizzato dal compimento come consolidamento.

La confermazione, dall’inizio della Chiesa e fino al Medioevo era identificata con l’imposizione della mani e si riceveva subito dopo il Battesimo riservata al vescovo, quale successore degli apostoli e poi diviene nel tempo il segno efficace della comunione con la Chiesa apostolica.

I primi a parlare di questa unzione dopo il Battesimo furono Tertulliano e Ippolito di Roma che conoscevano 2 segni; un’imposizione episcopale delle mani per comunicare lo SS. ed un’imposizione del segno della croce sulla fronte (del crisma), addirittura Ippolito parla anche di un’unzione del capo più una preghiera di comunità ovvero segno efficace che il battezzato nello SS. è divenuto membro della Chiesa a pieno titolo.

Questo non perché nel Battesimo non si riceva lo SS. che già risulta chiaro in S. Paolo e nel NT tanto che nel Vg. si parla di “rinascita da acqua e da spirito”, ma con la Confermazione, ci dice la Sacrosantum Concilium, si è vincolati più perfettamente alla Chiesa ed obbligati più strettamente a  difendere e diffondere la fede come testimoni veri di Cristo (questo è il carattere effettivo del sacramento della Confermazione).

Poi la costituzione apostolica n. 2 “Divinae Consortium naturae” del 1971 di Paolo 6° approva il nuovo rito della C. nel quale si afferma che il dono dello SS. rende i fedeli conformi a Cristo comunicando loro la forza di rendere a lui testimonianza che ha lo scopo di edificare la Chiesa nella fede e nella carità.

  1. Girolamo afferma che il Battesimo viene dato dai preti mentre all’inizio lo facevano i vescovi che andavano nei paesi per imporre le mani ed ungere coloro che avevano ricevuto il Battesimo, i cd. “viaggi di confermazione”.

 

Rito della Confermazione

  • Viene rielaborato dal Conc. V. II nel 1971 che stabilisce che tutti i sacramenti debbano essere celebrati all’interno dell’eucarestia;
  • Il nuovo rito sottolinea il collegamento della Confermazione con il Battesimo, con l’eucarestia e con la Confessione e prevede di regola la sua amministrazione nel corso della celebrazione eucaristica;
  • Il carattere del rito è festivo con la celebrazione dell’intera comunità;
  • I ministri sono i vescovi a cui si affiancano gli amministratori apostolici e i vicari;
  • Possono confermare quei sacerdoti che, in mancanza di un vescovo, battezzano gli adulti;
  • In caso di pericolo di morte ogni sacerdote può validamente confermare;
  • Per il codice can. 884 il vescovo può autorizzare uno o più sacerdoti a celebrare le confermazioni.

 

Età per ricevere la Confermazione

Alla fine del 13° sec. era costante l’idea che la C. si dovesse rinviare fino al 7° anno di vita ma col nuovo ordinamento i vescovi possono stabilire un’età più adatta e matura per inculcare una maggiore efficacia nella vita dei fedeli.

Il codice di diritto canonico parla di età della discrezione stabilendo che si possa stabilire un’altra età, per cui secondo la CEI, l’età per richiedere il conferimento della C. è 12 anni. Poi i vescovi possono sempre indicarne un’altra.

 

Istituzione dei Padrini di Cresima

Per essi vale quanto già detto per quelli di Battesimo e facendo in modo che essi siano gli stessi del battesimo per affermare meglio il nesso tra i due sacramenti, come ci suggerisce anche il cod. di dir. Can., ma il padrino di Cresima può anche non esserci. Il compito di base è curare che il confermato adempia ai doveri assunti col sacramento e che sia un padrino (uomo o donna) purchè già cresimato e regolarmente sposato vivendo una vita di fede concreta.

La cerimonia di C. va fatta sempre durante la messa e preceduta dalla liturgia della parola, ma non può essere celebrata nel periodo di avvento o di Quaresima.

I cresimandi rispondono al loro nome con “eccomi”, poi c’è l’omelia del vescovo in cui si richiede la spiegazione del senso di questo sacramento e poi arriva il rinnovo delle promesse battesimali. In seguito c’è l’invito alla preghiera silenziosa dell’assemblea e l’invocazione dello SS. con l’imposizione delle mani da parte del Vescovo. I cresimandi, in processione, vengono unti col segno della croce in fronte, accanto all’altare, accompagnati dalla formula “ricevi il sigillo dello SS. che ti è stato dato in dono”. Il padrino si affianca al cresimando con mano destra sulla spalla destra e dicendo al vescovo il nome del cresimando. Il vescovo si rivolge dicendo “la pace sia con te” e il cresimando risponde: “e con il tuo spirito”

(Nel precedente rito c’era lo schiaffo del vescovo per indicare la forza e la difesa della chiesa per il cresimando).

Alla fine del rito c’è la preghiera universale dei fedeli in cui si prega per i confermati, per i padrini e per la Chiesa tutta.

Nei prefazio si ricordano i nomi dei cresimandi che hanno ricevuto la Confermazione.

 

In oriente invece il rito è diverso perché si hanno insieme i 3 sacramenti dell’iniziazione: battesimo-confermazione-eucarestia con delle differenze a seconda dei riti specifici. Ad esempio in quello bizantino in neo battezzato viene unto col crisma in segno di croce sul viso e sui piedi con la formula “sigillo dello SS. dato in dono” a cui segue la liturgia della parola e l’eucarestia. Invece in altri riti orientali il neobattezzato è unto e coronato con una fascia in fronte.

 

EUCARESTIA

 

Deriva dal greco e significa “rendimento di grazie” anche se da noi si parla di messa o di Sacrificio mentre nelle Chiese della riforma essa è indicata come Santa cena.

Il NT parla in 5 luoghi di questo sacramento, come di un testamento di Gesù:

  • 14, 22-25
  • 26, 26-29
  • 22, 15-20
  • 1° Lt. Cor. 11, 23-25 (1° scritto che parla dell’Eucarestia).

La più antica fonte risulta quella del racconto di Mc. e di Mt., un’antica tradizione semitica risalente al 1° decennio post morte di Gesù nella quale si riflette già la tradizione liturgica ossia che i testi erano usati già nella liturgia della comunità. Le parole originarie pare fossero: “Egli prese il pane, pronunciò su di esso la benedizione, lo spezzò e disse questo è il mio corpo dato per molti. Fate questo in memoria di me”.

Il NT quindi, secondo Giovanni Betz, annuncerebbe l’identità dei doni eucaristici con la persona di Gesù e pertanto la redenzione sarebbe la sua persona incarnata che si offre in sacrificio di espiazione per la nostra salvezza.

L’eucarestia diventa la presenza sacramentale dell’intero evento salvifico: tutta la salvezza operata da Cristo è presente nell’eucarestia à presenza reale, personale ed attuale nell’eucarestia secondo Betz.

 

Evoluzione della cena di Gesù

Le parole di benedizione di G. sul pane e sul vino sono pronunciate dopo la cena comunitaria.

Ma poiché all’inizio i testi non erano uguali per tutti e c’erano delle discrepanze, col tempo vennero elaborate delle liturgie dell’eucarestia per cui non era più concessa l’inventiva dei primi anni ma ci si doveva attenere alle preghiere del messale romano. Il Conc. V. II poi, al cap. 2, si occuperà del santo mistero dell’eucarestia preoccupandosi principalmente che i fedeli non siano più semplici spettatori estranei ma partecipanti attivi e consapevoli ed anche pii dell’E. in modo che il rito possa riappropriarsi della sua natura e sia reso semplificato in modo da consentire a tutti i fedeli di partecipare.

Ricordiamo che Paolo 6° elaborò la parte invariabile del messale, il cd. “Ordo missae” nel 1969 ossia tutti quei principi e quelle norme del messale romano e per l’anno liturgico. Così il nuovo messale romano venne pubblicato nel 1973 e reso obbligatorio dopo qualche mese.

 

Struttura della messa

Essa è strutturata in 2 parti:

  • Liturgia della parola (riti di introduzione)
  • Liturgia eucaristica (riti di conclusione).

Dunque nell’E. abbiamo 2 mense:

  • Quella della parola
  • Quella dell’eucarestia.

 

Fasi della 1° parte: liturgia della parola

  • Importante è il canto di ingresso con cui inizia la celebrazione e che le dovrebbe dare un tono oltre a dover essere legato alla liturgia della parola del giorno o al momento particolare che si vive (es. quaresima o avvento) dando così importanza a tutta la liturgia;
  • Il sacerdote bacia ed incensa l’altare e poi dopo il segno della croce fa il saluto “il Signore sia con voi” seguito dall’ammonizione introduttiva e poi dall’atto penitenziale;
  • In seguito c’è il Gloria e la preghiera conclusiva detta colletta che racchiude tutti i significati della liturgia del giorno e possono essere due (preghiera di colletta del tempo e preghiera di colletta generale);
  • Inizio della liturgia della parola: 1° Lt. AT (ma in periodo di Pasqua è Atti) e 2° Lt. presa dalle lettere di Paolo o di latri apostoli.
  • Canto dell’Alleluya o di Lode a te o Cristo
  • Canto medioevale
  • Lettera del Vg. che è diviso in 3 anni dal calendario liturgico che prevende che in 3 anni siano letti tutti e 3 i sinottici: anno A: Mt; anno B: Mc; anno C: Lc.
  • Omelia che parte integrante della liturgia in cui si spiega il significato della lettura per attualizzarla nel nostro tempo
  • Professione di fede con 2 simboli (degli Apostoli – più breve e simbolo nicenocostantinopolitano – più lungo che si celebra ogni domenica) ma a Pasqua al posto del simbolo ci sono 3 rinunce al peccato e 3 professioni di fede
  • Preghiera universale (cd. Dei fedeli) che ha una sua struttura: si prega per la Chiesa, per il Papa, i vescovi e i sacerdoti, per i governanti, per necessità della propria comunità e con essa termina la 1° parte ossia termina la liturgia della parola.

 

 

 

Fasi della 2° parte: liturgia eucaristica

  • Offertorio con cui si inizia la 2° parte ossia la liturgia eucaristica
  • Preparazione dei doni (ostia e vino)
  • Processione delle offerte
  • Preghiera di presentazione dei doni
  • Incensazione dell’altare e delle statue presenti ma anche del sacerdote e del popolo: momento importante perché sottolinea la santità a cui sono chiamati sacerdote e fedeli
  • Lavaggio delle mani da parte del sacerdote
  • Preghiera sulle offerte
  • Preghiera eucaristica composta da: prefazio (diverso a seconda del momento liturgico che si celebra) ed epiclesi preconsolatoria (preghiera allo SS. affinchè pane e vino diventino corpo e sangue)
  • Racconto dell’eucarestia ossia ciò che ha detto G. nell’ultima cena e dunque momento della consacrazione che per noi sia chiama transustanziazione (si passa da una sostanza ad un’altra) a differenza delle chiese riformate in cui avviene una consustanziazione
  • Il sacerdote alza l’ostia per mostrarla all’assemblea e anche il calice (momento in cui si sta in ginocchio)
  • Mistero della fede: annunciamo – proclamiamo – attesa
  • 2° epiclesi post consolatoria (preghiera allo SS. dopo la consacrazione con la preghiera per l’unità e l’intercessione dei santi)
  • Dossologia finale (per Cristo, con C., in C.) che dovrebbe essere cantata solennemente
  • Riti di comunione (preghiera del P. Nostro)
  • Rito della Pace
  • Spezzar del pane da parte del sacerdote e piccola porzione di ostia nel calice
  • Agnello di Dio
  • Preghiera di preparazione
  • Comunione
  • Rendimento di grazie
  • Preghiera post comunione (che può essere sostituita dal canto di comunione)
  • Momento di silenzio per ringraziare il Signore che si è ricevuto
  • Riti conclusivi (in cui il sacerdote può dare degli avvisi per la comunità)
  • Congedo in cui il sacerdote bacia l’altare
  • Canto finale.

 

I gesti del corpo

  • In piedi fin dall’inizio e fino alla preghiera di colletta
  • Seduti nella liturgia della parola fino al canto prima del Vg.
  • In piedi per tutta la lettura del Vg.
  • Nell’omelia seduti
  • In piedi per la professione di fede
  • 1° parte della liturgia eucaristica seduti
  • In piedi nell’orazione delle offerte
  • In ginocchio solo nel momento della consacrazione (quando il sac. Impone le mani su ostia e vino)
  • In piedi dopo “mistero della fede”
  • In piedi fino alla comunione
  • Dopo averla ricevuta si sta seduti per riflettere e per pregare
  • Seduti per gli avvisi parrocchiali
  • In piedi per la benedizione
  • Per la triplice benedizione si china il capo

Il diacono può leggere il Vg. o invitare a chinare il capo o anche a scambiarsi il segno di pace o a congedare l’assemblea.

 

RICONCILIAZIONE

 

Questo sacramento si chiama anche Confessione o Penitenza.

Si tratta di un dono meraviglioso concesso ai cattolici in cui si trova il perdono incondizionato di Dio per amore del nostro prossimo.

La Liturgia penitenziale è:

  • una celebrazione comunitaria che esprime la consapevolezza del bisogno di chiedere perdono per i propri peccati davanti a Cristo
  • un momento di intensa preghiera corale che prepara nel perdono la confessione individuale per trasformarsi nel rendimento di grazie per l’amore del P.
  • un momento in cui si rinnova la vittoria di Cristo e l’effusione dello SS.

Ci sono diversi studi sulla sua storia che dimostrano che esso sia stato oggetto di trasformazioni e questo ci fa comprendere meglio quanto esso stesso sia:

  • segno della riconciliazione divina di un’autentica disposizione a trasformarsi in cui si devono seguire i mutamenti delle forme espressive imponendo un ritorno alle testimonianze originarie della scrittura
  • valutazione di tutte le differenti tradizioni anche se tutte le ricerche storiche sulle forme del sacramento della penitenza devono partire dal dato che è l’assenza di una teologia dei 7 sacramenti.

 

Cos’è il peccato

Nel NT la penitenza o la riconciliazione risulta connotata dalla serietà con cui si accetta il peccato: per i sinottici infatti, la missione di Gesù è finalizzata alla costituzione del regno di Dio attraverso la dottrina del peccato.

Dio è colui che attraverso Gesù concede il perdono (ma nel quale serve anche l’apporto dell’uomo).

Es. Parabola di Zaccheo dove Cristo prima chiama il cuore all’ascolto e poi lo muta alla conversione unendolo al Padre (questo è confermato da Zaccheo Lc. 19,8). Perciò l’uomo nel processo di conversione è reso attivo da Dio che vuole riconciliarlo a sé.

Dalla vita di Gesù si capisce che egli stesso è riconciliazione perché riconcilia gli uomini con Dio.

Nei Vg. il tema cultuale è quello della morte come opera di sacrificio perenne d’amore: il P. ha manifestato la sua misericordia riconciliando a sé il mondo per mezzo di Cristo. Il punto di avvio perciò di questo sacramento è il disegno misericordioso di Dio Padre che ha voluto riconciliare a sé il genere umano e la liturgia della penitenza è un continuo richiamo alla misericordia di Dio.

2 brevi passi:

  • di Gv in cui il figlio di Dio, fatto uomo, è vissuto fra gli uomini per liberarli dalla schiavitù del peccato: “chiunque commette peccato è schiavo del peccato” (Gv. 34,36)
  • 1° Lt. Pt. 2,9: “voi siete stirpe eletta che deve proclamare le opere ammirevoli di lui”.

La finalità dell’incarnazione è la redenzione ed avviene perché il Figlio si è fatto uomo e ha vissuto tra gli uomini.

Mt. 4,17: chiamata alla conversione per cui G. ha iniziato la sua missione predicando la penitenza “convertitevi e credete nel Vg”, questo invito alla penitenza preparò il cuore degli uomini all’avvento del regno di Dio.

Dunque per i sinottici tutta la predicazione di G. è centrata sulla proclamazione della penitenza-conversione (metànoia) al regno di Dio “convertitevi perché giunto in mezzo a noi è il regno di Dio” (Mc. 1,4) nel senso che Cristo è venuto in mezzo a noi per chiamare i peccatori alla metànoia=al cambiamento della vita.

Dunque il nucleo centrale della predicazione di Gesù è:

  • Fede nel Vg
  • Abbandono del peccato
  • Conversione a Dio

Elementi costitutivi della Riconciliazione tra l’uomo e Dio.

L’opera riconciliatrice di G. prevede anche il perdono dei peccati per dare un segno del suo potere nel rimettere i peccati e G. lo fa attraverso i miracoli che sono proprio il segno del suo potere di remissione dei peccati.

Il comportamento verso i peccatori è duplice perché G. a volte è severo ed esigente (es. quando dice taglia la mano o il piede se sono di scandalo e gettali lontano) sembrando di non lasciare spazio al perdono e alla conversione, mentre altre volte di fronte al peccatore debole G. si mostra benevolo e misericordioso (“non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori”).

Il Vangelo di Lc. in particolare, è definito il Vg. della misericordia perché presenta l’atteggiamento di G. nei confronti dei peccatori. G. incontra i peccatori e dà loro il perdono: nell’episodio del paralitico ad es. G. mette in connessione la remissione dei peccati con la fede e qui G. non chiede una confessione.

Altro episodio del Vg. di Lc. (Lc. 7,36-50) e relativo alla fede: G. è in casa di Simone e c’è una donna peccatrice che si esprime lavandogli i piedi con le sue lacrime e asciugandoglieli con i suoi capelli. Gesù le dice: “le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato”.

Ancora in Lc. 19,7: Gesù preferisce Zaccheo dalla cattiva reputazione agli altri “il figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto” à questo per dire che l’insegnamento dei peccati trova luce in coloro che si sono smarriti e l’esempio di ciò sta in 2 parabole di Lc:

  • 15, 4-7: pecorella smarrita
  • 15, 11-32: padre misericordioso (o del figliuol prodigo)

 

Nella 1° parabola Lc. 15, 4-7: Pecorella smarrita

Non c’è una linea di condotta per la pecora perduta ma per il pastore che la riporta all’ovile una volta ritrovata. Il testo fondatore del sacramento della penitenza perché chi nella Chiesa esercita un servizio verso la comunità, non deve accontentarsi di aspettare il ritorno di chi si è smarrito ma mettersi alla sua ricerca per riportarlo a casa.

 

Nella 2° parabola Lc. 15, 11-32: Padre misericordioso (o del figliuol prodigo)

La parabola dell’amore misericordioso del padre che viene spiegata solo da Luca ed è posta come completamento della 1° parabola. Il padre non è partito alla ricerca del figlio perduto ma attende a casa con speranza il suo ritorno. Il figlio decide di ritornare più attento alla miseria della sua vita. La conversione qui è maturata gradualmente nello Spirito e nel cuore dell’uomo che si è perduto. Il padre lo accoglie come figlio non come penitente perché ha abbandonato la terra del peccato.

 

Luca è inoltre l’unico dei sinottici che inserisce l’episodio del “buon ladrone” (Lc. 22, 40-43) che confessa la sua colpa e accetta la sofferenza chiedendo a G. il perdono che gli viene subito concesso “oggi sarai con me in Paradiso”.

  1. è morto per i nostri peccati perciò quando fu tradito istituì il sacrificio della nuova alleanza: il suo sangue per la remissione dei peccati e dopo la resurrezione mandò sugli apostoli lo SS. (Gv. 20) ossia essi ricevono la missione di predicare in suo nome la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le nazioni.

Questa possibilità era stata data già prima a Pietro: “Chi dite che io sia?” – “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” – “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherai la mia chiesa…” (Mt. 16,13-18) a Pietro G. dà anche il potere di legare e sciogliere che hanno la stessa natura ossia il 1° determina la natura del 2°: questo potere promesso a Pietro e al collegio apostolico è il potere supremo di giurisdizione della Chiesa in ordine al suo fine salvifico nel quale è incluso quello di rimettere o meno i peccati.

 

Il peccato nel Vg. di Giovanni

Nel Vg. di Gv contrariamente ai sinottici si presenta Cristo come colui che toglie il peccato dal mondo (Gv. 1,29) dunque G. che prende sopra di sé il peccato (separazione da Dio) di tutti per portarlo a Dio. Quindi Gv. scorge la realtà dei peccati come potenza ostile a Dio a cui Cristo si trova di fronte e perciò il peccato è tenebra che si oppone alla luce perché ha paura che le sue opere siano svelate. Il peccato infatti ci dice Giovanni, odia la luce (Gv. 3,20), è un accecamento volontario dovuto a Satana e pertanto chi commette peccato è schiavo (Gv. 8,34) coloro che sono asserviti a Satana rifiutano di conoscere Cristo.

Ma a differenza di Matteo che usa i termini di legare e sciogliere riferiti a Pietro, Gv usa i verbi rimettere e ritenere i peccati indicando:

  • Rimettere: l’attività per cui lo spirito è conferito agli apostoli (afiemì: indica nel NT la giustificazione, il vero perdono dei peccati)
  • Ritenere: non è il rifiuto del perdono ma l’imporre condizioni per ottenerlo e il perdono del peccatore si può svolgere in 2 tappe: gratèo (obbligare, confermare a fare qualcosa che rimanda alle azioni che gli apostoli possono fare ne confronti del peccatore evidenziando cioè la dimensione spirituale del ministero del perdono).

Perdonare i peccati nel nome di Gesù, riguarda essenzialmente il popolo di Dio ed ha un carattere non individuale ma ecclesiale: il cristiano può sempre ricadere nel peccato.

 

I peccati negli scritti di Paolo

Riconciliazione per P. è:

  • una supplica in cui si esclude la passività dell’uomo ma esso è persona che spera di riconciliarsi
  • nuovo tipo di rapporto offerto da Dio trasformandoci da debitori in suoi amici e la nostra cooperazione sta nel realizzare l’amicizia che si è offerta.

Paolo si differenzia dai Vg. perché parla meno del peccatore e del peccato distinguendo più nettamente il peccato (quello di Adamo) dagli atti peccaminosi (colpe o trasgressioni).

 

Il peccato è chiamato da Paolo disobbedienza, colpa, trasgressione ed introduce un concetto che non compare negli altri scritti del NT: riconciliazione (“Cristo donando la sua vita per noi ci ha riconciliato col Padre suo” – Lt. Rom. 5,10-11).

Gli atti peccaminosi come nei sinottici hanno lo stesso posto in P. così come mostrato dalle liste dei peccati frequenti nelle sue lettere:

  • 2° Lt. Tess. 3,6: espulsione della comunione del fratello peccatore dicendo alla comunità di stare lontano da lui affinchè si vergoni e il cui scopo era quello di correggere il fratello;
  • 2° Lt. Tess. 3,15: tuttavia non consideratelo come un nemico ma correggetelo come un fratello;
  • 1° Cor. 5,1-13: testimonianza di come la prima comunità cristiana reagiva verso un peccato (es. caso incestuoso di Corinto in cui il peccato ha una dimensione comunitaria causando vergogna e dolore a tutta la comunità che viene esortata ad escludere il peccatore ed allontanarlo). Dunque il giudizio di P. verso il peccatore è duro chiedendo che sia abbandonato a Satana affinchè lo spirito sia salvo;
  • 2° Lt. Cor. 2,7: delinea il caso di riconciliazione di un fratello con la comunità in cui non si conosce il peccatore ma si afferma che abbia causato tristezza per tutti e perciò merita un castigo. Ma P. esorta la comunità alla concessione del perdono e alla piena comunione con tutta la comunità così che il fratello non sia più triste: il fine di P. è quello di ammonire con intento di essere un medicinale per l’anima per esortare tutti alla conversione;
  • Lt. 6,1: funzione salvifica di tutta la comunità che si manifesta sia correggendo il peccatore che esprimendo dolcezza per sopportare il peso degli altri;
  • 1° Tim. 1-seg.: in cui si allude alla scomunica dei peccatori che bestemmiano;
  • 1° Tim. 5,20-22: primo accenno a un gesto liturgico di imposizione delle mani per esprimere la riconciliazione dei cristiani per le colpe.

 

Dunque sia nei sinottici che in Gv e P. ci sono i principali passi su cui il Magistero ha fondato la teoria e la pratica di questo sacramento.

In questi scritti si distinguono 2 correnti:

  • Potere di rimettere i peccati esercitato da Gesù e affidato agli apostoli
  • Potere di legare e sciogliere affidato a Pietro e Paolo mettendo in pratica la dottrina della scomunica e della reintegrazione.

Esse non possono identificarsi poiché una attiene al rapporto tra uomo e Dio e l’altra alle relazioni tra singolo fedele e comunità.

 

Prassi pastorali diverse riguardanti la penitenza

  • Remissione dei peccati con battesimo “convertitevi e fatevi battezzare”
  • Correzione fraterna
  • Scomunica
  • Teologie
  • Riconciliazione con Dio per mezzo di G., perdono dei peccati e teologia della comunione.

 

Prassi e dottrina penitenziale nei Padri della Chiesa

Nella Chiesa antica è uno degli argomenti più delicati nella storia del dogma.

Si sottolinea che la dimensione penitenziale della vita cristiana è stata presente nella Chiesa fin dai tempi apostolici. Nel NT il cristiano deve ancora confrontarsi col peccato e lottare contro le tentazioni.

In 2° Cor. 5,20 e seg. Paolo esorta i fedeli come ambasciatori a lasciarsi riconciliare con Dio e nella 1° Lt. Gv. 1,10 Giovanni esorta a confessare i peccati per essere giusti e non bugiardi. O ancora in 1° Cor. 5,9-11 Paolo afferma di non mescolarsi con chi vive nell’immoralità.

Anche se la maggior parte dei cristiani si comportava rettamente nei primi secoli, c’erano anche coloro che non vivevano secondo gli insegnamenti di Cristo.

Nella 1° Cor. 15,33-34 Paolo esorta alla conversione di coloro che hanno peccato e in 2° Tess. 3,14-15 si dice che le cattive compagnie corrompono i buoni costumi.

Successivamente dal 2° al 6° sec. dC ci si interroga sul fatto che la Chiesa abbia escluso o meno dal suo perdono i peccati gravissimi: è meglio per l’uomo confessare i peccati che indurire il suo cuore (Clemente Romano). Altro peccato di cui si parla nei primi anni è quello dello scisma (Ignazio di Antiochia) ovvero si richiama alla penitenza che conduce al perdono, un’esortazione alla conversione e lotta contro i peccati gravi anche se né Clemente Romano né Ignazio indicano come si svolge il processo penitenziale.

Policarpo di Smirne chiede in una lettera ai presbiteri di essere indulgenti e misericordiosi con i peccatori e non severi nel giudizio poiché tutti siano debitori del peccato.

Tra gli scrittori cristiani del 2° secolo occupa un posto particolare, Erma, con il suo Pastore in cui vi è una grande esortazione alla penitenza rivolta alla comunità cristiana decaduta moralmente ed essa viene collocata nel contesto della parusia ormai prossima. La ricaduta nel peccato è segno di una conversione non vera ma ancora non si intravede un processo penitenziale vero e proprio ma soltanto un mutamento interiore e di condotta.

Anche Tertulliano in “de penitentia” chiama penitentia secunda quella che ricevono i battezzati per i peccati gravi considerando una sola penitenza ovvero essa è irripetibile. Inoltre non è sufficiente che la penitenza sia interiore ma occorre che si interpreti in un atto esterno (con la confessione) con cui si conferma a Dio il peccato per mezzo dell’umiliazione e della prosternazione le quali avvengono con una modalità particolare: i peccatori con abito bianco si stendevano sulla cenere lasciando il corpo nella sporcizia a piangere e digiunando, si inginocchiavano davanti all’altare di Dio chiedendo agli altri di pregare per loro. Tertulliano infine si scaglia anche contro il vescovo di Cartagine che aveva stabilito il perdono dei peccati di adulterio e fornicazione a coloro che avevano fatto penitenza ma T. non accetta questi peccati perché ritenuti gravi per poter essere perdonati.

Gli scritti dei Padri ci dicono quello che accade dal punto di vista del peccatore senza darci indicazioni sul ruolo del vescovo e dei presbiteri.

Nel 220-230 in Oriente con l’opera “Didascalia degli Apostoli” si sottolinea che il vescovo non deve fare differenza tra ricco e povero poiché il perdono di Dio non si può vendere stabilendo così un parallelo tra il battesimo e la Penitenza e precisando che il vescovo riconcilia il peccatore mediante l’imposizione delle mani.

Sia in oriente che in occidente la penitenza è un prolungamento del Battesimo tanto che nel 4° sec. il battesimo è considerato per i cristiani l’unico vero sacramento della remissione dei peccati anche se non esiste una disciplina che regolamenta questo sacramento.

I cristiani colpevoli di peccati gravi sono cacciati dalla comunità ecclesiale ma di fronte al numero crescente di peccatori questa prassi andò affievolendosi e dunque i cristiani che ricadevano in colpe gravi dimostravano di non aver preso sul serio la conversione per cui la Chiesa intercedeva per loro affidandoli alla misericordia di Dio perché anche al peccatore più recidivo andava data la possibilità di salvezza.

Perciò nel 4° sec. la Chiesa concede la piena comunione ai peccatori pentiti e consapevoli di peccati gravi che possono essere perdonati al di fuori del rito penitenziale pubblico anche se restano 3 peccati gravi che non possono essere perdonati:

  • L’idolatria
  • L’omicidio
  • L’adulterio.

All’inizio del 3° sec. avvenne un rilassamento ulteriore della disciplina penitenziale, quando Papa Callisto concesse la riconciliazione anche ai peccatori e ai lapsi che avevano rinnegato la fede in Cristo durante le persecuzioni.

La chiesa antica poneva dunque l’accento sulla riparazione: il penitente veniva dichiarato riconciliato solo se aveva garantito una penitenza piena e giusta.

Le prestazioni penitenziali erano:

  • Preghiera
  • Digiuno ed elemosina
  • Rinuncia ad avere rapporti con profani
  • Riduzione del tempo dedicato al sonno
  • Saio
  • Astinenza sessuale

La riconciliazione avveniva mediante l’imposizione delle mani da parte del vescovo e poiché i penitenti erano esclusi dall’assemblea liturgica, nella Chiesa antica, era fondamentale in essa la comunità.

 

Riconciliazione nel corso dei secoli

La Chiesa antica attua la prassi dell’esclusione del peccatore per un tempo determinato per spingerlo alla confessione soprattutto per peccati gravi (apostasia, omicidio, adulterio) mentre per le colpe quotidiane erano sufficienti le preghiere, le opere buone e il digiuno.

I peccatori erano sottoposti ad un pubblico procedimento penitenziale che aveva delle fasi:

  • Confessione segreta davanti al vescovo o ad un suo rappresentante
  • Ammissione nel rango dei penitenti
  • Obbligo penitenziale dato per riparare al peccato
  • Esclusione da celebrazioni eucaristiche che poteva durare per mesi o addirittura anni fino alla morte.

Dopo questo periodo penitenziale era riammesso nella Chiesa e solitamente questa riammissione avveniva nel giorno del giovedì santo attraverso l’imposizione delle mani ed era possibile solo una volta nella vita. In alcune regioni la Chiesa imponeva al penitente delle restrizioni sociali ed economiche come pratiche penitenziali che lo opprimevano per tutta la vita giungendo all’uso di rimandare il processo penitenziale fino alla morte invece in oriente nelle comunità monastiche, la pratica penitenziale consisteva nel confessare la propria colpa ad un confratello non al sacerdote con un tempo di penitenza inferiore a quello della penitenza pubblica e alla fine del quale era ammesso alla comunione e la sua colpa perdonata; dunque fu proprio grazie all’influsso dei monaci orientali che si giunse ad un cambiamento dei processi penitenziali.

C’era poi la cd. Penitenza tariffata che nel 9° sec. poteva essere richiesta 3 volte l’anno e che indicava che ad ogni peccato corrispondesse una penitenza particolare.

Nell’epoca moderna nasce la cd. Confessione di devozione che riguardava le colpe veniali e per cui le penitenze si ridussero ad essere semplicemente una preghiera, facendo dunque perdere al processo penitenziale il suo carattere pubblico e sociale e diventando solo penitenze private.

Nel 16° sec. la confessione nel presbiterio si riduce ad un confessionale chiuso in cui il penitente è separato dal sacerdote da una grata (fino al conc. V. II) e dunque non si parla più di penitenza ma di confessione: denominazione un po’ carente poiché pone in primo piano solo una parte dell’azione del penitente mentre il dolore e i buoni propositi non sono nominati mettendo in dubbio che si tratti di un fatto liturgico nel quale non interviene solo l’uomo ma essenzialmente Cristo, ovvero manca il carattere sociale ed ecclesiale del processo penitenziale.

Il Conc. V. II dispone di rivedere il rito e la formula della penitenza perché esprimano più chiaramente la natura del sacramento (sacr. Conc. 72): il nuovo rito dunque appare nel 1973 diventando obbligatorio nel ’74 inserendo 3 forme di riconciliazione sacramentale:

  • Rito per la riconciliazione dei singoli penitenti
  • Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione ed assoluzione individuali
  • Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione ed assoluzione generali

Inoltre il nuovo rituale contiene anche schemi per il rito delle celebrazioni penitenziali non sacramentali.

 

  • Rito per la riconciliazione dei singoli penitenti

Il luogo per l’amministrazione del sacramento si rimanda al diritto e negli ultimo 400 anni quel luogo era il confessionale. Dopo il concilio è emersa la possibilità di una stanza di confessione o colloquio per venire incontro ad un desiderio di colloquio personale di confessione. Per esso è adatto qualsiasi tempo tranne quello della messa e per il vestiario del sacerdote si parla della stola.

Per confessarsi il sacerdote deve salutare il penitente e dopo il segno della croce, esortarlo alla fiducia in Dio. Poi egli può leggere un testo della s. scrittura per mettere in evidenza la parola di Dio e dopo segue la confessione dei peccati a cui segue la parola di chiarimento, incoraggiamento e orientamento del sacerdote che impone un’opera penitenziale concretizzata nella preghiera, opere misericordiose e servizi al prossimo, in modo che si evidenzi meglio il carattere sociale sia del peccato che della sua remissione.

In seguito c’è l’atto di dolore del penitente e il sacerdote stende le mani sul capo per recitare l’assoluzione “io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del P/F/SS” tracciando il segno della croce e dicendo amen per congedare il penitente.

 

  • Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione ed assoluzione individuali

Liturgia della parola a cui partecipa un’assemblea di fedeli, la cd. Liturgia comunitaria della penitenza nella quale c’è un esame di coscienza di gruppo a cui segue una confessione individuale (solitamente questo rito avviene prima della Pasqua o del Natale).

 

  • Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione ed assoluzione generali

Esso differisce dal 2° per la confessione personale dei peccati sostituita da una generale e in cui l’assoluzione è impartita a tutti insieme. I requisiti personali qui sono il pentimento, il proposito e la disposizione alla riparazione. Questa forma è permessa solo per il pericolo di morte o per gravi necessita (es. Covid) e poi si prosegue confessando il singolo entro un periodo congruo di tempo.

 

  • Rito delle celebrazioni penitenziali non sacramentali

Diffuse dalla metà anni 60 soprattutto nei paesi di lingua tedesca producendo però una preoccupante confusione in quanto molti videro in esso l’equivalente delle confessioni individuali così nel 1972 le direttive per la congregazione della fede sottolinearono l’errore affinchè queste celebrazioni non avessero una valenza sacramentale introducendo la parola di Dio.

Queste celebrazioni penitenziali restano utilissime quando non c’è il sacerdote che impartisce l’assoluzione dei sacramenti in quanto sono un aiuto per i fedeli.

La dottrina però ha evidenziato le differenze di queste con quelle di più penitenti con la confessione ed assoluzione generali ed affermando che in queste celebrazioni penitenziali non sacramentali sono perdonati sia i peccati veniali che i gravi qualora ad esse si giunga con un dolore perfetto e ad un amore per Dio senza riserve.

 

In ogni caso, seguendo una delle 3 forma della penitenza, c’è sempre la necessità della confessione individuale, anche se i peccatori sono stati perdonati attraverso l’assoluzione generale.

La confessione individuale oggi è senza dubbio in crisi perché ci si confessa poco mentre le celebrazioni penitenziali sono più affollate poiché i fedeli verso esse mostrano più disposizione e meno ostacoli rispetto alla confessione individuale.

Nelle chiese orientali c’è una grande varietà dovuta alla rielaborazione ed ampliamenti dei riti derivanti dal processo penitenziale della Chiesa antica. Nelle attuali chiese bizantine i penitenti recitano insieme determinate preghiere ed ognuno, davanti al sacerdote, compie la confessione ed ottiene l’assoluzione dopo il compimento dell’opera penitenziale imposta.

Nelle chiese della riforma invece, si rifiuta la sacramentarietà del processo penitenziale perché mancherebbe un’esplicita parola di cristo in questo sacramento e dunque per esse, non esiste ma esistono solo 2 sacramenti: il battesimo e l’eucarestia, chiamata cena del Signore.

 

UNZIONE DEGLI INFERMI

È il “sacramento della malattia” che rende l’uomo cosciente del suo limite ricordando la legge del dover morire, spesso dimenticata.

In molte religioni si interpreta la malattia come pena per una colpa personale o persino degli antenati ma Gesù ha respinto questa interpretazione affermando che la malattia può avere anche un senso che si riferisce al futuro (es. guarigione del cieco nato a cui G. dice che né per lui né per i suoi genitori ma perché si manifesti la misericordia di Dio).

La fede cristiana ha nella Passione e resurrezione di G. il fondamento della nuova comprensione della sofferenza e della morte del cristiano in cui la malattia viene vista come partecipazione al mistero pasquale di Cristo e la sofferenza diventa fruttuosa per la comunità.

I Vg. riferiscono che G. si dedicava in modo particolare ai malati con i quali G. si identifica dando ai suoi discepoli il potere di imporre le mani, ungere i malati con l’olio e guarirli, cosa che viene mostrata dagli Atti degli Apostoli che dopo la morte di G. guariscono i malati nel suo nome (At. 3 episodio del paralitico).

La Lt. di Giacomo è la più importante per la guarigione dei malati 5,14-seg: “chi è malato chiami a sé presbiteri che preghino su di lui dopo averlo unto con olio nel nome del Signore perché sia salvato e i peccati gli siano perdonati”, per cui Gc. Presenta già questa consuetudine all’interno della comunità. La chiesa poi deve continuare il compito che G. ha dato ai suoi discepoli: preghiera, unzione con olio, imposizione mani e perdono dei peccati.

Quando la Chiesa, nel nome del Signore, opera per i credenti noi parliamo di un sacramento e pertanto questi passi biblici fondano il sacramento dell’unzione degli infermi.

 

L’unzione degli infermi dunque è un intervento a favore del malato da parte di Cristo glorificato che usa il sacerdote solo come strumenti nelle sue mani ma è Cristo che nella preghiera e nel segno dell’unzione continua il suo servizio di amore e aiuto agli ammalati.

L’unzione degli infermi è dunque la continuazione del servizio di G. e degli Apostoli e pertanto non è vista come sacramento della consacrazione della morte, come si presentava prima quando questo sacramento era definito “estrema unzione”, ma è di sollievo corporale e spirituale del malato, perciò un sacramento di aiuto.

Oggi dunque ci siamo discostati da quella concezione del passato che vige dal medioevo in poi e che considera questo sacramento come l’ultimo prima della morte considerandolo oggi, al contrario, un sacramento di aiuto alla vita più che una preparazione alla morte cosa che stabilì la Sacr. Conc. n. 73 affermando che l’estrema unzione va chiamata meglio unzione degli infermi per stabilire che non si tratti solo del sacramento di chi è in fin di vita.

 

Il Conc. V. II con la Sacr. Conc. n. 74 ha predisposto un nuovo rito per questo sacramento pubblicato nel 1972 e che contiene la costituzione apostolica di Paolo 6°, composto da:

  • Rito unzione in forma ordinaria
  • Celebrazione del sacramento durante la messa
  • Celebrazione comunitaria con unzione di più malati
  • Viatico
  • Rito per conferire il sacramento ad un infermo in pericolo di morte
  • Lezionario con ampia raccolta di testi.

I malati cronici possono ricevere più volte questo sacramento e lo stesso può essere conferito anche ai malati mentali mentre non può essere amministrato ai morti.

Il nuovo rito condanna l’abuso di rinviare il sacramento per evitare che il malato non possa unire la propria fede a quella della Chiesa. Se poi il male si aggrava i familiari hanno l’obbligo di avvertire il parroco per prepararlo a ricevere il sacramento.

Anche l’unzione degli infermi, come gli altri sacramenti, ha un carattere comunitario e va celebrato all’interno dell’eucarestia dopo la lettura del Vg. o anche in una messa domestica nella camera del malato o nei pellegrinaggi.

Il ministro dell’unzione degli infermi è il sacerdote ossia vescovo, parroco, cappellano o superiore di comunità: gli altri possono celebrare il sacramento sempre per mezzo o del vescovo o del parroco.

 

Olio per l’unzione

Deve essere olio di oliva o altro vegetale benedetto dal vescovo durante la messa crismale oppure dal sacerdote che lo benedice al momento.

 

Struttura del sacramento dell’unzione infermi

  • Riti iniziali
  • Riti conclusivi (in cui si recita la preghiera del P. Nostro e due formula di benedizione)
  • Lettura biblica
  • Preghiera litanica
  • Imposizione delle mani
  • Rendimento di grazie su olio benedetto
  • Formula caratteristica (saluto al malato dal parte del sacerdote, aspersione del malato e della camera con acqua benedetta – che per cristiani è ricordo del battesimo)
  • Ammonizione introduttiva
  • Confessione sacramentale
  • Atto penitenziale con confìteor o altre formule
  • Liturgia della parola
  • Preghiera litanica
  • Riti essenziali (imposizione delle mani da parte del sacerdote – che ricorda il gesto di Gesù per guarire qualcuno – senza dire nulla e che simboleggia il dono della forza della grazia dello SS e del perdono)
  • Benedizione con l’olio (che indicava nel mondo antico mezzo curativo e di forza ed ancora oggi simboleggia dunque vita e illuminazione) e l’unzione va fatta su fronte e mani che rappresentano l’intero uomo, ossia il suo spirito e il suo corpo (mentre prima del Vaticano II si ungevano i 5 sensi)
  • Recita della formula dell’unzione “per questa santa unzione ti aiuti il Signore con la grazia dello SS, amen”. A cui segue un altro Ameno per specificare che anche questo sacramento appartiene al popolo di Dio e dunque richiede la partecipazione di tutti i presenti
  • Orazione di conclusione che riassume il sacramento.

 

Il rito oltre alle due formule a scelta ne riporta altre 3 per particolari situazioni:

  • Anziani
  • Grave pericolo
  • Soggetto agonizzante

 

Il rito nelle Chiese orientali e in quelle protestanti

Nelle altre Chiese, come quella orientale, si dà molto rilievo a questo sacramento chiamato:

  • mistero dell’olio sacro oppure
  • liturgia della lampada (perché le unzioni vengono eseguite con un olio di piccole lampade).

Questo sacramento in oriente si può compiere o in Chiesa o in casa dell’infermo nel quale sono presenti 7 sacerdoti perché si eseguono 7 unzioni, una per ogni sacerdote e ciascuna è preceduta da una lettura degli Atti degli Apostoli con unzioni praticate a forma di croce su fronte, narici, guance, bocca, petto e mani grazie all’aiuto di un rametto intinto nell’olio ed a cui segue una preghiera sempre uguale per tutti e 7 i sacerdoti presenti. In seguito viene imposto il vangelo sul capo del malato.

Infine nelle chiese protestanti solo alcuni si pronunciano a favore di questo sacramento ma esso non è previsto poiché come sappiamo se ne ammettono solo due (battesimo e cena del signore).

 

ORDINE SACRO

 

Nella successione dei 7 sacramenti, questo appare al 7° posto ed è articolato in 3 gradi:

  • vescovi
  • sacerdoti
  • diaconi

E’ considerato il sacramento di consacrazione.

I fondamenti neotestamentari sono diversi così come i titoli dati a Gesù:

  • è colui che ha e dona lo Spirito
  • è colui che è invitato ed invita
  • è colui che serve e chiama a servire.

Tutti questi titoli sottolineano la sua mediazione singolare e nuova rispetto ai sacerdoti dell’AT in quanto G. è il santo di Dio, il liturgo, il mediatore dell’alleanza, offerente e vittima, è il sommo sacerdote che ha pieno potere in cielo e in terra.

Tra questi titoli dati a Gesù quelli di profeta, pastore e sacerdote esprimono la sua opera per l’umanità e perciò si parla dell’ufficio di:

  • profeta (maestro) à è messaggero di una buona notizia da parte di Dio
  • pastore (guida) à colui che è pronto al sacrificio, serve gli uomini come pecore offrendo la sua vita per loro e la sua morte è obbedienza alla volontà del Padre accettata per la salvezza del mondo. Indica compiutamente la missione propria di Gesù e rappresentata nel Vg. di Gv in cui G. si presenta come pastore che ama le pecore e le chiama per nome poiché le conosce tutte; G. è lui stesso la porta che lascia aperta per far entrare ed uscire le sue pecore.
  • sacerdote à è colui che offre la sua vita per la salvezza del mondo, è cioè sommo sacerdote.

 

Triplice ufficio di Gesù Cristo

Cristo è strumento della volontà salvifica di Dio rimanendo maestro, pastore e sacerdote attraverso l’invio dei suoi discepoli che continuano il suo servizio pastorale, annunciano la parola e rendono il suo sacrificio come memoriale, in mezzo agli uomini. Infatti G. nel Vg. di Gv 13,20 afferma “chi accoglie me accoglie il Padre a significare che questo invio e questa delega di poteri di Cristo verso i suoi inviati vuol dire una responsabilità che perciò devono incontrare sempre gli uomini nel mondo così come Cristo ha incontrato loro à come espresso meglio in Gv. 17 in si parla della cd. Preghiera sacerdotale: si devono consacrare gli apostoli nella verità e come G. è stato mandato nel mondo così anche gli apostoli sono mandati nel mondo e consacrati da G. nella verità.

Perciò la continuazione del triplice ufficio di Cristo come profeta, maestro, pastore è data ai sacerdoti, ai vescovi e ai diaconi.

  1. Paolo ne parla in 1° Cor. 12,28: i doni dello spirito (i carismi) esprimendo che essi siano dati in prima linea per la santificazione personale e per giovare a tutti gli altri.

Tutti i fedeli, perciò, in base alla loro vocazione collaborano all’edificazione del popolo di Dio.

 

Ordinazione del Vescovo

Il termine vescovo viene dal greco episcopos: sopraintendente mentre l’altro termine presente nel NT è prebiuteros che significa anziano e da cui è poi derivato presbitero (il prete, il sacerdote).

Nell’antichità l’ordinazione episcopale era preceduta dalla scelta del candidato da parte della comunità (come avvenne per S. Ambrogio), poi Pio 12° nel 1974 decise che il rito essenziale in tutti e 3 i gradi del sacramento, consistesse nell’imposizione delle mani e nella preghiera dell’ordinazione. Il Concilio V. II poi, ha richiesto anche per questo sacramento, una revisione del rito usando (Sacr. Conc. n. 86) i termini ordinatio e consacratio indistintamente per questo sacramento.

Il nuovo rito dunque, apparse nel 1986 nella Pontificalis romani di Paolo 6° dal titolo: “ordinazione vescovo, presbitero e diacono” e nella quale si specificava che tutte le 3 ordinazioni avessero luogo in una celebrazione eucaristica, dopo il Vg., o di domenica o in un giorno festivo in modo da avere una maggiore partecipazione dei fedeli.

Il consacrante che fa l’ordinazione, deve avere accanto altri due consacranti vescovi e tutti possono diventare consacratori compiendo l’imposizione delle mani e a colui che deve diventare vescovo è invece assistito da due sacerdoti.

 

Struttura del rito dell’ordinazione dei vescovi

  • invocazione dello SS (veni crèator o altro inno)
  • presentazione del candidato (in cui uno dei presbiteri fa la domanda per l’ordinazione episcopale del vescovo)
  • lettura del mandato del Papa
  • omelia del celebrante principale (in cui si spiega il significato dell’essere vescovo in base al triplice munus)
  • 3 interrogazioni (sugli obblighi del vescovo seguite dalla domanda a custodire il deposito della fede ed obbedire al Papa attraverso il “sì lo voglio”)
  • litania dei santi (“ascolta o Padre la nostra preghiera, effondi la potenza della tua benedizione”)
  • imposizione delle mani (da parte del consacrante)
  • preghiera di ordinazione con imposizione del libro dei Vangeli (tutti i vescovi presenti, senza dire nulla, pongono sul capo dell’aspirante vescovo, il libro del Vangelo aperto e sorretto da sue diaconi durante tutta la preghiera di ordinazione, gesto che deve simboleggiare la discesa dello SS come dono del Signore)
  • preghiera conclusiva

Dunque il rito si conclude con i 3 gesti:

  • imposizione delle mani
  • imposizione del Vg
  • preghiera di ordinazione

 

Riti esplicativi:

  • unzione crismale sulle mani
  • consegna del libro dei Vangeli (rappresentante il munus docendi, l’ufficio di insegnare)
  • consegna dell’anello episcopale (obbligo di fedeltà del Vescovo verso la chiesa locale che è per lui sposa)
  • consegna della mitra e del pastorale (la mitra – il copricapo – è imposta senza alcuna formula di accompagnamento mentre il pastorale viene consegnato dal celebrante con le stesse parole che Paolo disse agli anziani: “ricevi il pastorale segno del tuo ministero di pastore, abbi cura di tutto il gregge”.
  • Rito di conclusione.

Alla fine il nuovo vescovo consacrato nella sua cattedrale è condotto alla “cattedra” ossia la sedia al centro dell’altare ove riceve l’abbraccio di pace da parte di tutti i vescovi presenti e dopo la comunione si canta il Te deum per ringraziare Dio di questo nuovo vescovo.

 

Ordinazione del presbitero

Diversi documenti del Conc. Vat. II ci parlano di questa ordinazione (LG, Sacr. Conc., Presbiterorum ordinis).

  • È presente già dalla Costituzione di Pio 12° del 1947
  • Il rito è molto simile a quello dell’ordinazione dei vescovi e diaconi
  • Va inserito anch’esso nella celebrazione eucaristica, sempre di domenica o in un giorno festivo.

 

Struttura del rito dell’ordinazione del presbitero

  • Presentazione candidati ed elezione da parte del Vescovo (i candidati hanno indosso il camice, in cingolo e la stola diaconale e sono chiamati per nome rispondendo “eccomi”; il sacerdote responsabile della formazione dei candidati attesta che essi sono degni di ricevere il sacerdozio. A dimostrazione che sia la comunità a scegliere – come avviene per il vescovo e come avveniva anche nella Chiesa antica – il suo sacerdote, il Vescovo risponde “noi scegliamo questi nostri fratelli per l’ordine del presbiterio”)
  • Omelia del Vescovo (in cui presenta il significato dell’ordinazione presbiterale e i suoi obblighi)
  • Interrogazioni e promessa di obbedienza (domande che il vescovo fa e nelle quelli si dichiarano ad assumere gli uffici di pastori, sacerdoti e ministri e a dedicarsi a Dio. I  candidati si inginocchiano e pongono le loro mani in quelle del Vescovo promettendo rispetto ed obbedienza)
  • Litania dei santi (durante la quale i candidati si prostrano a terra)
  • Imposizione delle mani (sul capo di ciascun candidato da parte prima del Vescovo e poi di tutti i sacerdoti presenti senza dire nulla per evidenziare che i neo candidati sono accolti come fratelli nel presbiterio)
  • Preghiera

 

Riti esplicativi:

nei quali si canta un canto di invocazione dello SS.

  • Vestizione degli abiti sacerdotali (in cui sono 2 sacerdoti che aiutano a vestire il neo ordinato dei simboli sacerdotali: stola e casula)
  • Unzione crismale delle mani (in cui il Vescovo unge la parte interna delle mani con il crisma affinchè Cristo rafforzi i neo ordinati nel loro compito sacerdotale)
  • Consegna del pane e del vino (in cui il vescovo consegna ad ogni ordinato la “patena” (il pane) e il calice (il vino), accompagnando il gesto con alcune parole)
  • Abbraccio di pace (da parte del Vescovo e di tutti i sacerdoti presenti)

Poi la messa continua normalmente e i neo ordinati concelebrano con il vescovo e si recita una particolare preghiera di intercessione per loro.

 

Ordinazione del diacono

Si tratta del primo grado dell’ordine.

Il termine diacono significa servo.

Sono stati ordinati nella prima comunità di Gerusalemme (At. 6,1-6) e a capo c’era Stefano ed erano 7 uomini ritenuti degni e costituiti dagli apostoli come loro collaboratori mediante l’imposizione delle mani ed avevano, nella prima comunità, l’incarico di servire alle mense (compito sociale caritativo) ma anche il servizio della predicazione compresa l’amministrazione del battesimo.

Già nelle opere dei primi Padri ci sono citazioni sui diaconi come in Ignazio di Antiochia che definisce il diaconato come un grado ben definito nella gerarchia della Chiesa e dunque ministero stabile che dura tutta la vita.

Nel Medioevo esso diventa grado di passaggio per il sacerdozio e fu il Conc. di Trento che per primo tentò di stabilire il diaconato permanente senza riuscirci; fu il Conc. Vat. II con la LG 29 a stabilire i compiti del diacono, ossia:

  • Amministrare battesimo
  • Amministrare l’eucarestia
  • Assistere e benedire il matrimonio
  • Viatico ai moribondi
  • Leggere S. scrittura ai fedeli
  • Istruire il popolo
  • Presiedere al culto e preghiera dei fedeli
  • Amministrare i sacramentali
  • Dirigere il rito funebre della sepoltura
  • Uffici di carità e assistenza

Inoltre stabilì che i diaconi potessero anche essere permanenti, ossia essere un grado a se stante e non più un grado solo in preparazione al sacerdozio.

 

Il diaconato va conferito ad uomini maturi in età anche in matrimonio o a giovani idonei per cui però deve restare la forma del celibato, come confermato anche dal decreto Ad Gentes che stabilisce che i diaconi siano confermati e stabilizzati per mezzo dell’imposizione delle mani.

Nel 1967 con il Sacrum diaconatus di Paolo 6° si precisò ulteriormente che:

  • L’ordinazione dei diaconi fosse preceduta da un rito di accettazione al celibato (quando ad es. i diaconi hanno perso la moglie)
  • I candidati al sacerdozio con il diaconato hanno anche l’obbligo della liturgia delle ore
  • I diaconi permanenti devono esercitare almeno un’ora della liturgia delle ore.

 

Struttura del rito dell’ordinazione del diacono

È simile ai quella dei presbiteri.

  • Presentazione dei candidati (che indossano il camice e il cingolo)
  • Omelia del Vescovo (che deve sempre spiegare le funzioni del diacono sia se permanente sia se in funzione del sacerdozio)
  • Interrogazioni e obbedienza nella mani del vescovo (in cui il candidato pone le sue mani in quelle del vescovo in segno di obbedienza)
  • Litania dei santi (in cui il candidato si prostra a terra)
  • Imposizione delle mani
  • Preghiera di ordinazione (elementi di lode e di intercessione soprattutto attraverso epiclesi – invocazione dello SS)
  • Riti esplicativi (vestizione con la stola, consegna del libro dei Vangeli e abbraccio di pace).

 

Riti esplicativi

In cui il diacono è rivestito degli abiti diaconali.

Per il diaconato permanente c’è un sacerdote o altri diaconi che lo aiutano a vestirsi e poi gli si consegna nelle sue mani il libro dei Vangeli “ricevi il Vg. di Cristo del quale sei divenuto l’annunciatore” e alla fine dell’ordinazione c’è l’abbraccio di pace dei presbiteri e dei diaconi presenti per accogliere il neo diacono nel collegio diaconale.

 

Prima del Conc. vat. II per questo rito erano previsti altri ordini minori ora non più previsti:

  • Subdiaconato
  • Gli ostiari (che avevano il compito di vegliare sulla casa di Dio ricevendo le chiavi della Chiesa)
  • I lettori (che avevano il compito di proclamare la lettura nelle celebrazioni liturgiche e gli era perciò assegnato il lezionario)
  • Gli esorcisti (col compito di fare esorcismi soprattutto nei battesimi)
  • Gli accoliti (col compito di prestare servizi nelle celebrazioni liturgiche e a cui si consegnavano i candelieri e le ampolle di vino e acqua – oggi sono i ministranti).

 

I servizi liturgici delle donne sono molto ristretti ancora oggi.

La donna può solo fare il ministro straordinario della comunione ma l’ufficio di lettore e di accolito è riservato solo agli uomini.

Papa Francesco ha istituito una commissione per ripristinare il diaconato alle donne ma siamo ancora molto lontani.

 

MATRIMONIO

 

Appare come volontà del creatore nella GN 2,24 (quando viene creata la donna “carne della mia carne”) ma è nella Lt. Ef. 5,25 che si vede questo essere dell’uomo e della donna l’uno per l’altra e con l’altra come l’essere di Cristo con la sua Chiesa: il matrimonio appare come concretizzazione del rapporto tra Cristo e la sua Chiesa amata da Cristo che ha dato se stesso per lei.

Cristo è il capo e la Chiesa il suo corpo che si volge a lui con riverenza e amore ed entrambi sono nella loro unità, la grande realtà salvifica della Nuova alleanza, così come per gli sposi che nella unità della Chiesa hanno un modello di fedeltà e amore oltre che una grazia salvifica.

Dunque il M. cristiano diventa una piccola Chiesa particolare o come dice la LG1 “una chiesa domestica” rimanendo da una parte una realtà terrena e dall’altra la concretizzazione della realtà salvifica della nuova alleanza, epifania dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa.

Il M. diventa sacramento perché è più di una benedizione data dalla Chiesa ai suoi figli ma è immagine e partecipazione al patto di amore di Cristo e della Chiesa (Gaudium et Spes 8).

Al M. viene affidata la missione di essere segno, annuncio dell’amore di Cristo per gli uomini e nell’amore reciproco e nella fedeltà degli sposi si rende manifesto ciò che Cristo pera per l’umanità.

Per questo ogni M. è segno e testimonianza di Cristo.

 

Nel sacramento del M. è importante la volontà degli sposti tanto che essa rappresenta l’elemento costitutivo del sacramento stesso e non è il sacerdote celebrante a porlo ma gli sposi che diventano i ministri di quel sacramento.

Nel Dir. Can. questa forma canonica obbligatoria stabilisce che il M. si concluda davanti al ministro cattolico e a due testimoni oltre che davanti al popolo di Dio e a Dio stesso.

Papa Paolo 6° stabilì inoltre che in caso di matrimonio misti (tra confessioni diverse) si potesse modificare questa forma obbligatoria.

 

Il rito

Può essere fatto anche fuori della messa e sarà presieduto dal diacono ma dentro la Chiesa dovrà essere celebrato dal sacerdote.

 

La liturgia del matrimonio

La forma che oggi conosciamo si è sviluppata tardi. Infatti all’inizio esso era influenzato dagli usi familiari e sia in oriente che in Occidente, la liturgia nuziale era un insieme di tradizioni e simbolismi.

Nell’antichità cristiana si contraeva M. con il consenso e la benedizione della Chiesa ma anche con la volontà delle due parti, eliminando finalmente i riti e i sacrifici o le consultazioni degli oracoli.

Dal 400 in poi il M. fu unito con la messa.

Nell’antica Roma c’era anche una celebrazione del fidanzamento, con lo scambio degli anelli poi inserito nella liturgia romana del M.

Dopo il periodo carolingio la Chiesa reagì per richiedere il carattere pubblico del M. e garantire la libertà della sposa.

 

Nella Francia settentrionale del 12° secolo, il rito del M. aveva la seguente formula:

  • Il sacerdote davanti la porta della Chiesa aspergeva gli sposi con acqua benedetta e li interrogava per cercare un’eventuale conseguineità invitando i genitori della sposa a consegnare la figlia allo sposo, il qual le consegnava l’anello benedetto e dopo si entrava in Chiesa con i ceri accesi e dopo il P. Nostro, il sacerdote copriva col velo la sposa e dava allo sposo il bacio di pace che a sua volta lo dava alla sposa.

Ma i riti nuziali variavano da diocesi a diocesi e infatti il rituale romano del 1614 appare povero e molto semplice in quanto si sofferma solo sulla domanda di consenso e nella benedizione degli anelli.

Il Conc. vat. II ordinò la rielaborazione di tale rito sottolineando la grazia del sacramento e i compiti degli sposi infatti la Sacr. Conc. 77 afferma che il rito si celebri nella messa come tutti gli altri sacramenti e la benedizione inizialmente data alla sposa sia estesa anche allo sposo; infine i matrimoni al di fuori della Chiesa si stabilì che dovessero essere inseriti nella liturgia della parola.

Oggi addirittura è previsto che dopo le letture e la benedizione degli sposi, ci sia la preghiera universale e la santa comunione preceduta dal P. Nostro.

 

Struttura del rito del Matrimonio

  • Introduzione con accoglienza sposi (e memoria del battesimo)
  • Liturgia della parola (letture solitamente scelte dagli sposi)
  • Omelia del sacerdote (riguardante i compiti degli sposi e del sacramento stesso)
  • Liturgia del matrimonio con domande e con formule (le domande rivolte agli sposi si riferiscono alla libertà del matrimonio, alla fedeltà e alla disposizione ad accogliere i figli)
  • Accettazione del consenso (2 formule: oggi “io accolgo te” al posto della precedente “io prendo te”)
  • Benedizione anelli (3 formule di benedizione e la scelta degli anelli è segno del patto matrimoniale)
  • Preghiera dei fedeli (rivolte agli sposi, genitori, parenti o defunti)
  • Liturgia eucaristica (in cui gli sposi possono prendere parte offrendo i doni, portando il calice o l’ostia)
  • Lettura del codice civile
  • Benedizione degli sposi
  • Riti conclusivi.

 

Matrimoni misti

Tra sposi che appartengono a confessioni religiose diverse si fa riferimento al motu proprio di Paolo 6° nel 1970 che affermò che il matrimonio misto si potesse celebrare secondo il rito cattolico o quello ortodosso.

 

Nota sul Fidanzamento e anniversari di matrimonio

Il Fidanzamento è espressione della volontà di due persone di contrarre matrimonio.

Nell’antica Roma lo sposo pagava una caparra alla futura sposa che poi è divenuta anello rappresentante il legame eterno di fedeltà al fidanzamento.

Nel Medioevo si mantenne l’uso del Fidanzamento con intervento ecclesiastico.

Il rito del Fidanzamento può essere guidato dal sacerdote o dal diacono ma non va scambiato con quello del Matrimonio.

 

Per gli anniversari di Matrimonio, invece, il nuovo messale raccomanda la messa votiva di ringraziamento al 25°, 50° anniversario.

 

Le celebrazioni delle comunità religiose

 

 

Le celebrazioni tenute presenti dalla Chiesa sono:

  • Quelle della professione temporanea
  • Quella della professione perpetua.

La vita religiosa inizia con la persona che chiede di fare un’esperienza nell’istituto che sceglie ed inizia con i campi scuola in cui i giovani vanno ad approfondire la propria fede e dopo un po’ chiedono di approfondire la loro esperienza in un determinato istituto: questo si chiama prepostulato (ossia quell’esperienza che si fa dopo un po’ di tempo per vedere se la persona è o meno idonea).

In seguito la stessa persona fa una domanda per fare un’esperienza di continuum nell’istituto scelto e c’è una comunità preposta a questo periodo cd “di prova” che si chiama postulato (lett. Domanda) per vedere come si vive in quella determinata comunità (il tempo di vita in questa comunità può variare ad uno a due anni).

Dopo il postulato (la prova) inizia il noviziato (presente nel diritto canonico come “noviziato canonico”) che dura un anno.

Negli ordini maschili (2 anni di postulato e 1 di noviziato canonico), negli ordini femminili (noviziato canonico + quello cd. Apostolico).

Il noviziato canonico: richiesto dalla Chiesa per poter accedere alla professione temporanea e va fatto nella comunità preposta al noviziato.

Il noviziato apostolico: per fare l’esperienza della vita in una comunità normale dell’istituto per circa un anno.

Alla fine di questo quasi anno in entrambi i percorsi si accede alla professione temporanea. Per il canone questo periodo dura da 2 a massimo 9 anni e in tale periodo la suora o il frate può accedere agli studi teologici o proseguire quelli già eventualmente iniziati.

 

Professione temporanea

A seconda dell’istituto scelto essa può avere la possibilità di dare al religioso un periodo per fare professione perpetua o rimandarla.

 

Il rito

Si svolge sempre durante la celebrazione eucaristica ed è previso il messale rituale (messe rituali) e solitamente avviene all’interno dell’istituto senza la partecipazione del popolo (solo i familiari) a differenza della professione perpetua e definitiva per cui invece c’è anche la partecipazione del popolo in Chiesa o nel santuario.

Il rito inizia sempre dopo l’omelia e il sacerdote deve indicare quali sono le caratteristiche delle professioni religiose, ossia quali caratteristiche sono richieste per essere religiosi.

Dopo l’omelia c’è l’appello (le interrogazioni) per vedere la volontà della persona di vivere la vita religiosa.

Poi c’è la preghiera di intercessione sulla persona e la professione con l’emissione dei voti.

Ogni istituto ha una sua propria professione dei voti: in quella temporanea i voti si fanno a seconda dell’istituto in quanto esso, oltre alla propria regola, ha anche delle caratteristiche particolari che riprendono delle frasi evangeliche.

Ad es. tutti gli istituti francescani hanno la stessa regola (cd. Del terz’ordine regolare o dell’ordine francescano) data da G. Paolo II ma ogni istituto esplicita questa regola secondo la sua tradizione e con delle costituzioni fondamentali che dipendono dai fondatori e dalle tradizioni dell’istituto. Ed è nelle costituzioni che viene indicato il periodo di tempo della professione temporanea (es. per alcuni 4 anni).

La professione temporanea viene fatta nella mani della superiora provinciale o generale (o del padre superiore provinciale o generale) a seconda della struttura interna dell’istituto, e alla presenza anche di due suore o frati di voti perpetui che fanno da testimoni “nelle tue mani…”.

Per la chiesa il segno di consacrazione per la religiosa è il velo.

Dopo si consegnano alla suora la regola e le costituzioni (libro) e dopo la consegna dell’abito religioso (per es. per le suore c’è il cingolo in vita che ha 3 nodi rappresentanti i voti (castità, obbedienza, povertà) c’è la preghiera dei fedeli.

Il rito della professione temporanea è uguale in tutti gli istituiti mentre quello per il postulato e il noviziato cambia da istituto a istituto.

 

Professione perpetua

Con questo rito i candidati si legano definitivamente all’istituto o all’ordine religioso scelto.

 

Rito

La sua celebrazione fa fatta di solito nella Chiesa parrocchiale della persona con una folta partecipazione del popolo in quanto atto pubblico, in un giorno festivo o domenicale così che più fedeli possano partecipare come segno della testimonianza straordinaria di Cristo e della sua sequela.

Esso inizia dopo il Vg., con l’appello dei candidati, poi l’omelia in cui il sacerdote spiega il senso e le caratteristiche della vita religiosa. Poi l’interrogazione con la domanda di appartenere stabilmente all’istituto o all’ordine scelto e poi la preghiera litanica (durante la quale molti ordini maschili e anche femminili si prostrano a terra). Dopo c’è la professione con l’emissione dei voti perpetui che è diversa da istituto a istituto e mentre per la professione temporanea si fa per 1 o più anni qui si dice “in perpetuo” per indicare sia per sempre. Essa viene fatta nelle mani della madre o del padre generale o provinciale e alla presenza anche di due testimoni di voti perpetui e alla fine si firma un testo in cui si esprime la volontà di vivere in perpetuo ciò che hanno promesso e firmato il candidato, il superiore, e i due testimoni.

Durante la firma c’è il canto dell’accoglimento con la solenne benedizione e consacrazione dei neo professati.

Infine c’è la consegna dei simboli della professione perpetua ossia ad es. l’anello e l’abito, il libro della liturgia delle ore e in ultimo c’è l’abbraccio di pace da parte dei religiosi presenti, poi le benedizioni solenni e la conclusione della messa.

 

La rinnovazione dei voti

Nella professione temporanea si può fare la professione per un anno, a seconda dell’istituto e allora c’è la rinnovazione dei voti durante la celebrazione eucaristica ma senza particolare solennità.

Un rito particolare è previsto solo per quelle rinnovazioni del 25° e del 50° e si compiono sempre comunque dopo il Vangelo, appello, omelia, rinnovo voti, preghiera fedeli.

 

Differenza tra ordini e istituti religiosi circa i tre voti

Entrambi fanno il triplice voto (castità, obbedienza, povertà). Ma gli ordini religiosi rispetto a quello di povertà non possono più percepire proprietà una volta entrati, oppure devono devolverle alla comunità; invece le religiose possono sempre avere delle proprietà e poi decidere di darle a chi desiderano.

  • I conventuali: hanno il cappuccio stretto e abito nero/grigio
  • I minori: abito marrone
  • I cappuccini: cappuccio a punta e abito marrone
  • Il terz’ordine regolare: abito nero e cappuccio ampio
  • Ordine francescano regolare (OFS): laici con regola che però vivono gli ideali nella società.

 

Rito della consacrazione delle vergini

 

È diverso dalla vita religiosa.

Fin dall’inizio della Chiesa apostolica c’erano delle donne che non si sposavano per vivere il regno dei cieli in una continenza sessuale al servizio di Dio e del prossimo.

Esse si consacrano nella mani del Vescovo e restano a casa loro pur servendo la comunità.

Il vescovo consegna loro il velo delle spose e fu il Conc. Vat. II a rielaborare nel 1970 un nuovo rito pubblico per questa consacrazione: amare Cristo e servire gli uomini con più abnegazione.

 

Il rito

Il vescovo è il ministro che le consacra.

Esso inizia dopo il vangelo, segue l’appello con il canto delle vergini sagge “venite figlie” ed esse entrano nel presbiterio con le lampade accese.

Poi c’è l’omelia del vescovo che deve spiegare cosa rappresenta questa consacrazione e poi le interrogazioni sulla loro disponibilità, le litanie dei santi, rinnovazione della castità, la preghiera di consacrazione del Vescovo con le mani stese davanti al petto e poi i riti esplicativi:

  • Consegna del velo e dell’anello
  • Consegna del libro della liturgia delle ore.

Dopo la comunione le vergini si recano all’altare per ricevere la benedizione solenne. I giorni in cui esso viene celebrato possono essere l’ottava di Pasqua, le solennità con l’incarnazione di Cristo, le feste della Madonna o delle sante vergini.

 

La benedizione dell’Abate

Altra celebrazione religiosa per il quale non vi è nessun rito ma si ritrova solo nella Regola magistri. Essa si avvicina all’ordinazione del vescovo e nel 1970 fu indicato un nuovo rito: tutta la famiglia religiosa invoca la grazia del cielo sull’abate sottolineando l’ufficio di guida spirituale dello stesso per evitare in questo modo, l’accostamento all’ordinazione episcopale.

Si tratta di un sacramentale e non di un sacramento.

Ha luogo in un giorno domenicale o festivo e il ministro è il vescovo insieme a due monaci che devono assistere durante la messa, il futuro abate.

Anche qui il rito inizia dopo il Vangelo, c’è la presentazione del candidato, la lettura del mandato papale, l’omelia del celebrante, le interrogazioni del candidato, le litanie dei santi, la preghiera di benedizione del vescovo che tiene le braccia allargate e infine i riti esplicativi:

  • Consegna della regola
  • Consegna dell’anello
  • Consegna della mitra e del pastorale
  • Insediamento e abbraccio di pace.

A fine messa benedizione solenne e te deum.

Per la badessa il rito è lo stesso ad eccezione del rito esplicativo riguardante la consegna dell’anello che ella ha anche potuto già ricevere nella consacrazione perpetua.

 

Liturgia della morte e delle esequie

Il ministro del viatico è il parroco o il diacono.

Il momento opportuno è prima della morte.

Dopo il saluto il sacerdote asperge il malato e ascolta, se possibile la confessione del malato altrimenti c’è l’atto penitenziale che si può concludere con l’indulgenza plenaria in articulo mortis.

Poi segue la lettura della S. Scrittura in cui si ricorda il sacramento del battesimo e seguono le litanie. Dopo il P. Nostro c’è il momento dell’ostia “egli ti custodisca e ti conduca alla vita eterna” ed infine l’orazione e la benedizione.

In pericolo di morte improvvisa c’è un rito sintetico.

 

Liturgia delle esequie

Nell’antichità si seguiva la liturgia dei riti pagani. In quella romana c’era il banchetto funebre per fare memoria del defunto.

I colori di questa liturgia dipendono dalle tradizioni locali.

La congregazione per il culto pubblica un nuovo rituale nel 1969 sulla base del quale i vescovi dovevano preparare i propri rituali per le messe dei defunti, il cd. “rito delle esequie”.

La veglia funebre: è una veglia del defunto in cui c’è la lettura di un passo della S. Scrittura eventualmente seguita dal credo e una preghiera dei fedeli e quella conclusiva con la recita del rosario, guidata dal sacerdote o dal laico.

Nel rituale viene offerto materiale per la preghiera: un salmo o un breve passo della s. scrittura e le esequie si fanno all’interno della messa, prima della sepoltura e con il corpo del defunto. Si accende il cero pasquale collocato in un luogo ben visibile per rafforzare la speranza della resurrezione in Cristo.

Ci sono 3 tipi di esequie:

  • 3 stazioni: una casa del defunto/obitorio, una in chiesa per la celebrazione eucaristica e una al cimitero con la sepoltura;
  • 2 stazioni: una alla cappella del cimitero senza messa ma con la liturgia della parola e una con la sepoltura;
  • 1 stazione: a casa del defunto e la messa avviene senza corpo del defunto.

 

Esequie dei bambini

Sono preghiere particolari per indicare il Paradiso. E nel rito è prevista una particolare preghiera per la famiglia del defunto, e ciò vale anche per un bambino che doveva ancora essere battezzato.

Il nuovo messale infatti contiene due riti: uno per bambino morto prima del battesimo e uno per il bambino non battezzato.

 

La cremazione

Diffusa già dal 19° secolo.

La Chiesa prima l’ha proibita e poi venne concessa la sepoltura nelle urne con la partecipazione di un sacerdote purchè alla cremazione non ci fosse alcuna tendenza avversa alla Chiesa.

La celebrazione liturgica, in caso di cremazione, avviene nella cappella del cimitero in cui l’urna poi sarà sepolta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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